Strings, ballo ballo, bello bellissimo

Ballo ballo, bello bellissimo è il sagace commento di Cristina Stevanoni, a Strings spettacolo di balletto con la partecipazione dell’orchestra e del corpo di ballo della Fondazione Arena di Verona andato in scena al Teatro Filarmonico domenica 21 febbraio.

Ricordate lo striscione, durante il concerto di protesta al Filarmonico, lo scorso dicembre? «La danza esprime quello che la musica contiene».
Dev'essere per questo, per questa somma di pericolosissimi vizi di baudeleriana memoria, che qualcuno, pensando che i ballerini siano più fastidiosi dei moscerini, e parassiti più dei girini, vorrebbe eliminarli, se non dalla faccia della terra, quanto meno dal circondario di Verona. Ma la dea Nemesi aspetta al varco, e a questo qualcuno regala, più che un tuffo, un tonfo.

Oggi, domenica 21 febbraio 2016, è stato il  giorno del trionfo, il trionfo del corpo in movimento, quando sopra c'è una testa che lo guida. Tutto qui, in estrema sintesi, lo spettacolo chiamato Strings, (sia perdonato, per una volta, il dilagante inglese, perché l'equivalente Corde sarebbe sonato sinistro alle orecchie di chi, per primo, invece che tagliare vite e stipendi, farebbe bene a tagliare la corda). Corde che uscivano dalle quinte, dal fondale, e financo dal cielo; corde che separavano, circondavano, o appena avviluppavano le ballerine e i ballerini. Con effetti anche di lieve ironia, come quando i ballerini alludevano a un partita di tennis, o di palla a volo: lievi tocchi, appena accennati. La danza si nutre di cose impalpabili, per questo, forse, i grossieri non la capiscono. Del resto, quando una ballerina si muove con i polsi legati alla corda che scende dal cielo della scena, e lo fa senza che le accada d'inciampare, di avvilupparsi su se stessa o d'impicciare i colleghi, beh anche questo il grossiero non sa che è frutto di abilità, di agilità mentale, e di dura fatica. Come diceva il poeta Valéry, il primo verso è dono di Dio, il resto è dura fatica.

Pensavo alla fatica, mentre vedevo e ascoltavo: quei corpi così scolpiti, alcuni non propriamente  belli secondo i canoni, quante ore di lavoro comportano? E la violinista, e gli orchestrali, e il direttore, e gli elettricisti e chi li dirige, spartito alla mano? Il primo verso è dono di Dio, il resto è duro lavoro. Peccato che qui, in questa città, il primo verso sia sempre un versaccio. Come non ricordare i toni di disprezzo nei confronti del corpo di ballo, le noncuranza, le assenze, le manchevolezze e gli ammanchi, certi lauti (e quanto meritati?) stipendi, la copertura all'Arena mentre si scoprono i buchi contabili.

Corde e corse, con due strumenti in platea (violino e pianoforte), nel primo tempo. Poi, con l'inizio del secondo tempo, la corda è solo quella della bravissima  solista Anna Tifu, che interpreta il Concerto per violino e orchestra op. 61 in Re maggiore di L. Van Beethoven. Uno dei capolavori della musica di ogni tempo. Il coreografo, Ivan Cavallari  merita un plauso, perché ha capito che uno dei tratti fondamentali, e assolutamente originali, di Beethoven consiste nel modo in cui la sua musica occupa lo spazio, o se ne ritrae. Cavallari fa muovere i corpi in modo consono, e cioè in modo tale che lo spazio appaia una dimensione sonora, luminosa, polposa direi quasi, a seconda che musica detta. I colori dei costumi, bianchi o rossi, essenziali le fogge, tranne pochi casi appena più enfiati, sono resi diversi di volta in volta dalla qualità, davvero apprezzabile, delle luci.

Quando l'orchestra suona i pianissimi, si sente appena il fruscio dei corpi, il colpo di scarpa sull'assito, il rumore delle scatole che sono spostate. Già, perché la scena è fatta da scatoloni bianchi di diverse misure, ripieni di plastica da imballaggio, strisce che a un punto i ballerini e le ballerini rovesciano a terra, quasi a costruire una pioggia prima e un tappeto poi, iridescenti. Tutto in povertà, tutto essenziale, ma non banale, e sopra quel tappeto di strisce miracolosamente  continuano a ballare, finché quattro ballerini, brandendo ciascuno una ramazza, non si presentano sul proscenio e spazzano, complice il grande Ludwig  del Rondò. Una meraviglia, un'autentica meraviglia. Gesti semplici, come lo spostare le scatole, entrarci dentro in uno o in due, uscirne diventano parte di un flusso che lievita verso il magico, inspiegabilmente ma inesorabilmente. Il pubblico applaude, e qualcuno pensa se riuscirà, quest'estate, a vedere il Rigoletto. 

Ho visto, fra i tocchi d'ironia, qualche lievissima sculettata all'indirizzo del pubblico. Non era un'allucinazione. L'ho vista. Che fosse la dea Nemesi, il suo das Numinos finalmente svelato? Un gestaccio per rispondere ai versacci? 

Lasciamo che a dirlo siano loro, quelle e quelli che la dea la vedono da vicino, sotto la specie di Tersicore. Forza e coraggio anche voi, lavoratrici e lavoratori della Fondazione Arena, e grazie per il giorno di oggi, davvero un buon giorno.

Cristina Stevanoni