Sogno e poesia nella progettazione di una città

Giorgio Massignan nella riflessione che ci propone si domanda se nella progettazione della città sia proprio necessario limitarsi a grigie operazioni tecniche prive di sogni e di poesia.

Mi sono sempre chiesto se la preparazione e poi l’esposizione di un programma urbanistico debbano essere considerati argomenti che appartengono unicamente alla sfera tecnica e quindi trattati solo con un linguaggio freddo e razionale; se sia giusto contenere le varie fasi della pianificazione territoriale nei limiti dei mq, mc, livelli, altezze, densità, sigle e acronimi incomprensibili; e se la conoscenza del nostro territorio e del   suo evolversi, siano spiegati unicamente con un linguaggio tecnico, gestibile solo da pochi esperti.

Mi è già accaduto di notare dei normali cittadini tentare di tradurre il significato dei vari colori e segni che riempivano le carte rappresentative dei piani urbanistici della città;  nella maggioranza dei casi si sono ritirati sconfitti alla ricerca di un tecnico. 

La mancanza di chiarezza e di semplicità delle diverse norme che regolano la gestione urbanistica del nostro territorio non è casuale, ma voluta. E’ diventato, meglio, è sempre stato,  un potente strumento di potere. 

La necessità di un cittadino  di dover contattare il funzionario comunale o addirittura l’assessore competente per sapere cos’ è suo diritto fare,  concede un enorme potere discrezionale a chi detiene il potere.  Più le regole e i disegni  sono incomprensibili e di difficile interpretazione e maggiore è la forza di chi amministra. Quello che il cittadino otterrà non sarà considerato come un suo sacrosanto diritto, ma una gentile concessione dell’amministratore-politico che in tal modo si apre un credito.

Tutto questo accade al normale cittadino, per i grossi operatori privati  invece è tutto diverso. Non devono tentare di capire le norme, ma sono loro che le contrattano con la pubblica amministrazione.  Sono i grossi operatori privati che decidono quanto e dove investire i propri soldi e di conseguenza “suggeriscono” all’amministratore le scelte da adottare nella stesura degli strumenti urbanistici.

La pianificazione di Verona, con le centinaia di manifestazioni di interesse accolte, sono l’esempio più evidente.

Cosa fare? La soluzione è nel metodo di elaborazione dei piani urbanistici e nella loro esposizione. E’ necessario togliere ai politici il potere discrezionale sulle scelte d’uso del territorio attraverso il metodo democratico dell’urbanistica partecipata. Attualmente, i reali interlocutori ascoltati dalle pubbliche amministrazioni sono solo i portatori di interesse economico. Tutto questo deve cambiare, gli interlocutori della pubblica amministrazione devono essere i cittadini.

E’ necessario  formare una o più commissioni che rappresentino tutta la società, nei suoi rappresentanti, in grado di elaborare, con l’aiuto  dei cosiddetti facilitatori tecnici, le proposte di pianificazione da presentare al Consiglio comunale. Gli eletti avranno poi il diritto-dovere di votare i piani urbanistici preparati con un metodo realmente partecipativo. Si dovrà cambiare non solo il metodo di pianificare, ma anche il linguaggio con cui saranno esposti gli strumenti urbanistici e le loro relative norme.

Utopia? No, assolutamente no. Si tratta di una procedura già attuata in altri comuni e nazioni.

E poi il progetto di una città deve possedere anche un’anima utopica, sognatrice, lirica.

Un città è l’ ambito in cui convergono sia le necessità materiali che quelle esistenziali dell’uomo. La città non è solo lo spazio concreto in cui l’uomo abita, mangia e dorme,  ma  è  anche lo spazio delle relazioni, delle emozioni, dei sentimenti, dei ricordi, dello spirito. Ecco perché sono importanti i ruderi che rappresentano le nostre radici storiche. Riportare in luce gli strati di città del nostro passato non significa solo fare cultura, ma soprattutto riscoprire l’anima della nostra città, il suo Genius loci.

Il progetto di una città deve considerare quali  sono stati gli elementi che hanno rappresentato i fattori principali della sua  nascita; che ne hanno determinato la forma e la crescita e che ne hanno permesso lo sviluppo. Questi fattori non devono essere dimenticati, perché significherebbe dimenticarsi di chi ci ha generato.

Verona è stata generata e si è sviluppata grazie al fiume Adige.  Poi l’Adige, da padre e madre di Verona, divenne imbarazzante, pericoloso, andava soppresso. Con la logica di quegli anni, siamo alla fine dell’8oo, dopo l’ultima grave alluvione,  si considerò il fiume un elemento della natura negativo, da imbrigliare e magari sopprimere. Così fu messo in sicurezza canalizzandolo con la costruzione dei muraglioni e con l’interramento del canale dell’Acqua Morta. Da quel momento l’Adige fu considerato un elemento inopportuno, che occupava inutilmente spazio e che al massimo poteva servire come scarico delle acque fognarie della città e dei rifiuti.  Il fiume che attraversava la sua città divenne un grande canale e il ramo che formava l’Isolo si trasformò in una strada con un fiume di automobili inquinanti in sostituzione dell’acqua. 

La riapertura del vecchio ramo alle acque dell’Adige non è certamente un’operazione semplice e di poco costo, ma a me piace pensarla come l’atto finale della progettazione di una città che finalmente si è riappropriata delle proprie radici.

La proposta, così come quella della riapertura dei vo’ di Sottoriva verso l’acqua,  deve essere intesa come un simbolo, come una frase progettuale poetica:  il ritorno di un elemento vivo come l’acqua in sostituzione delle inquinanti automobili. Il tutto in una città che, con opportune infrastrutture di trasporto pubblico,  avrà raggiunto la pedonalizzazione dell’intero centro storico.

Ma chi preferisce analizzare questa proposta solo con il regolo del geometra, non potrà mai capirne il significato simbolico.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

Crediti: la foto che correda l'articolo è un particolare di un disegno dell'architetto Riccardo Cecchini docente presso l'Accademia di Belle Arti di Verona.