Ryan Adams @Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera - Live Report

Ryan Adams @Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera

Rock’n’roll is dead cantava Lenny Kravitz negli anni novanta . La grande truffa di un genere morto nel 1976 con l’ultimo concerto dei the Band, risorto nel 1989 con Freedom di Neil Young, definitivamente sepolto negli anni zero della musica liquida.

O forse no.

All’anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera ieri sera il rock’n’roll era vivo e vegeto ed aveva le sembianze di Ryan Adams. Insieme alla furia elettrica della sua performance non ci ha fatto mancare i vezzi del rocker, le invettive, i cambi di umore, l’ironia dei suoi legami con Satana.

Manca dall’Italia da 15 anni Ryan Adams, anni in cui non ha mai interrotto il suo viaggio musicale, partito da Jacksonville con gli Whiskeytown nel ’94 e giunto nel 2017 alla sua diciassettesima fatica in studio, “Prisoner”, album che ha presentato quasi per intero ieri sera.

Negli anni novanta del grunge, avere vent’anni e dedicarsi a rinverdire l’Alt Country degli Uncle Tupelo & CO anziché salire sul carrozzone di Seattle, già denota una personalità forte e determinata nel perseguire un  progetto originale. Un artista che nei primi episodi da solista , “Heartbreaker” nel 2000 e “Gold” nel 2001, fece gridare al miracolo per qualità di scrittura, capacità melodica, songwriting brillante. Sono album che ascoltati oggi non hanno perso un briciolo di fascino e di bellezza.

Poi molti altri dischi, alcuni ispirati, altri meno. Una carriera di tutto rispetto che Adams ha portato sul palco ieri sera con grande schiettezza, sbattendo in faccia alla platea il suo enorme talento.

La sua giovane band lo segue ciecamente, una macchina sonora perfetta per le scariche di adrenalina elettrica da distribuire , già dal brano di apertura del concerto “Do you still love me”.

La scaletta dedica ampio spazio alle ultime produzioni, 6 brani da “Prisoner”, 5 dal precedente “Ryan Adams”, album decisamente influenzato da suoni 80’s, che lo aveva riportato al successo anche commerciale.

Spazio anche per perle del passato : “Cold Roses” dei tempi dei Cardinals è un bel colpo alle coronarie dei fans di lungo corso, arricchita da una lunga dilatazione alla Neil Young nel finale.

Look total black, capelli scomposti come sempre sul viso, prima rabbioso contro l’uso dei telefoni durante il suo show, poi giocherellone con i suoi musicisti e con il pubblico, improvvisando un blues dedicato a un certo Walter Grey, nato dall’incomprensione della richiesta di “English Girl” dalla piccionaia. Una canzone creata ad hoc per lo sconosciuto Walter Grey che sembra divertirlo molto, ma è ancora più divertito dalla stessa voce che alla fine del brano richiede ancora “English girl”!. Un’insistenza che decide di premiare regalandoci una splendida versione di “English girl approximately” chitarra e voce. Un episodio che sembra distendere un po’ i toni e aumentare l’empatia. In realtà non c’è molto tempo per queste valutazioni perchè Ryan va come un treno e non consente cali di ritmo o di tensione. Unica concessione al folklore la battaglia contro gli insetti, che lo assediano sul palco, che cerca di sconfiggere a colpi di spray senza ottenere molti risultati.

Verso la fine arrivano alcuni dei grandi pezzi che fanno grande la sua musica: “Sweet Illusion”, con la sua malinconia dolente, “New York New York” con la sua freschezza pop che fa sobbalzare il pubblico sulle sedie (peccato non poterle abbandonare).

Con “Shakedown on 9th street” , gemma di “Heartbreaker” si chiude degnamente questo show di grande rock’n’roll.  Due ore abbondanti di furia, sudore, zanzare e quiete dopo la tempesta.

La tempesta  è il motivo per cui siamo tutti in piedi nella vana speranza di un encore, che non arriverà. Ci resta la solo quiete, almeno fino al prossimo concerto del miglior rocker rimasto in circolazione.

Come back soon Mr. Adams.

Elena Castagnoli