PFAS oltre i limiti nell’acquedotto di Verona

Acque Veronesi, la società che gestisce l’erogazione dell’acqua potabile nella città di Verona, ha confermato che nei giorni scorsi è stato superato, il livello consentito di PFOS (Perfluoro Ottan Sulfonato) nell’acqua potabile di un pozzo dell’acquedotto cittadino.

«Il PFOS è una delle sostanze più pericolose del gruppo dei PFAS, tanto da essere l’unico composto regolamentato a livello internazionale. Il PFOS è un noto interferente endocrino che può accumularsi nel fegato, nei reni e nel cervello umano» ha commentato Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

«L’inquinamento delle acque venete e veronesi è grave e fuori controllo». Queste le parole dell’onorevole Mattia Fantinati, deputato del Movimento 5 Stelle. «Dopo il dramma dei PFAS, con ben 40 comuni veneti coinvolti, da ultimo assistiamo inermi alla chiusura del pozzo superficiale gestito da Acque Veronesi a Porta Palio per altro tasso di PFOS – acido perfluoottansulfonico -. Questi composti hanno proprietà tensioattive e sono inquinanti organici persistenti. La Regione invece di minimizzare la situazione dissociando i PFOS dai PFAS, si preoccupi di spiegare ai cittadini veronesi che cosa hanno bevuto negli ultimi anni quotidianamente e si preoccupi di mettere in sicurezza non solo la città ma anche i comuni della bassa Veronese e dell’est colpite dai PFAS».

«Per questo ultimo punto, non a caso, ho chiesto, con una interrogazione a risposta scritta al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin ed al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gian Luca Galletti, quali azioni intendano assumere e quali controlli s’intendono attuare per la tutela dell’ambiente soprattutto per accertare, data la gravità dell’inquinamento verificatosi, che gli interventi di bonifica tardivi si stiano svolgendo in maniera appropriata al fine di garantire l’effettiva messa in sicurezza della popolazione interessata».

La concentrazione di PFOS consentita nelle acque potabili del Veneto è pari a 30 ng/l(*) e, secondo quanto riferito da Acque Veronesi, il superamento è stato di scarsa entità e non ha interessato gli altri PFAS monitorati. Nonostante l’emergenza PFAS in Veneto sia nota dal 2013, quello dei giorni scorsi è stato il primo superamento dei livelli consentiti di PFOS nell’acqua potabile erogata nella città di Verona.

Bisogna ricordare che la Regione Veneto ha messo in atto alcuni provvedimenti che hanno consentito di ridurre le concentrazioni mediane di PFOA(*) e PFOS, i due più noti fra tutti le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), rispetto alle concentrazioni iniziali riscontrate nel 2013, ma anche, che i livelli di sicurezza adottati in Veneto per le acque potabili sono fino a 7,5 volte più elevati rispetto agli Stati Uniti e oltre 5 volte più elevati rispetto a Germania e Svezia. La natura degli interferenti endocrini e di possibili cancerogeni dei PFAS, non permette di identificare una soglia di sicurezza al di sotto della quale non si osservano effetti tossici, in particolare in fasce di popolazione particolarmente suscettibili come le donne in gravidanza, i bambini e gli adolescenti. Di conseguenza, sarebbe normale che  via via che si acquisiscono i risultati  degli studi, indipendenti e non, i limiti vengano rivisti in senso più cautelativo e non il contrario.

«I rappresentanti della Sanità in Veneto hanno pubblicamente ammesso che siamo di fronte a un disastro ambientale: non è possibile tutelare adeguatamente la salute e la sicurezza dei cittadini se si adottano valori di riferimento di PFAS nell’acqua potabile tra i più alti al mondo. La Regione Veneto deve abbassare subito i livelli di sicurezza di queste sostanze nelle acque potabili allineandoli con quelli adottati in altri Paesi europei. Le autorità regionali hanno il dovere di garantire acqua sicura e non contaminata ad ogni cittadino» afferma Ungherese.

«Questo superamento conferma quanto la situazione in Veneto sia gravissima e che le misure adottate finora della autorità regionali non sono adeguate per fermare l’inquinamento da PFAS» continua Ungherese. «Eventi di questo tipo ci dicono che si è ben lungi dall’avere il controllo delle fonti e dell’entità della contaminazione e per questo ribadiamo alla Regione la necessità di un monitoraggio degli scarichi il più ampio possibile. Solo così saranno tutelati in modo adeguato l’ambiente e la salute dei cittadini». 

Proprio nei giorni scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di individuare e fermare tutte le fonti di inquinamento da PFAS ed abbassare i livelli consentiti per queste sostanze nell’acqua potabile allineandoli con quelli in vigore in altri paesi europei.

Clicca QUI per andare alla petizione.

(*) ad esempio nel New Jersey i limiti massimi di PFOA nell’acqua potabile è fissato a 14 ng/L, mentre la commissione tedesca per il biomonitoraggio  umano ha consigliato che le concentrazioni plasmatiche massime siano  meno di 2 ng/mL per il PFOA e meno di 5 ng/mL per il PFOS, valori che dovrebbero essere sufficientemente protettivi per la salute umana, pur in assenza di prove scientificamente valide a conferma di tali conclusioni.