Paolo Fresu “A Solo” ll Teatro Romano. Il mondo in una tromba

Una lezione di musica per nulla accademica, semmai coinvolgente, estatica, ipnotica, commovente e pensante. Quasi due ore di concerto senza soluzione di continuità, con poche luci a far da sfondo alle note che uscivano dalle trombe del musicista sardo. Fresu, grazie alle basi registrate e alle campionature delle note appena emesse, è riuscito, di volta in volta, a  moltiplicarsi, dividersi, rincorrere compagni di viaggio presenti pur nella loro assenza fisica, in un gioco di sonorità che era difficile ignorare, abbandonare, non sentire ma ascoltare con il massimo dell’attenzione.

Un Teatro Romano che si è trasformato – per ammissione dello stesso Fresu – non in un contenitore, ma nel contenuto stesso della sua musica. Un omaggio alla bellezza, alla comprensione, al dialogo – anche se muto – tra mondi, esperienze, sensazioni diverse. Dove ogni nota poteva essere letta, ascoltata, interpretata da ognuno dei presenti in modo personale, senza diventare per questo diversa. E così il fraseggio apparentemente impossibile di una tromba con la musica elettronica, Uri Caine e Omar Sosa, i cori polifonici dalla Sardegna e le voci che arrivano dal Maghreb, le parole di Sergio Atzeni lette da Lella Costa e le arie di Monteverdi, le voci della Corsica e quelle del Medio Oriente, si sono fuse in un unico filo conduttore, un discorso universale, dove anche la ripetizione di una sola nota pressoché all’infinto, aveva un senso nel dialogo tra Fresu e il pubblico del Teatro Romano, convinto, alla fine, che il mondo può anche stare tutto in una tromba. Purché a suonarla sia Paolo Fresu.

Beppe Muraro