Nuova vita alle voci di dentro con Toni Servillo

Le voci di dentro capolavoro del teatro di Eduardo De Filippo, rappresentato in questi giorni al Teatro Nuovo per la regia e con l’interpretazione di Toni Servillo, prima di tutto mi hanno posto davanti alla personalissima convinzione che nessuno possa dare vita a un personaggi odi Eduardo senza, in qualche modo, sottrargli qualcosa. Eduardo era l’anima del suo teatro e i personaggi da lui interpretati lasciavano delle tracce così marcate, tanto sulla scena che nella mente, da non riuscire ad immaginare altri attori prendere possesso delle sue opere. Riflessione o meglio, sentimento discutibile e comunque strettamente personale. So anche che Servillo viene da altre esperienze edoardiane, ma prima dell’altra sera personalmente non avevo esperienza. Mi sono quindi accinta ad assistere allo spettacolo con grande curiosità, cerando di non lasciarmi prendere dall’effetto grande divo.

Da dentro, scaturisce anche la convinzione che i Teatri Stabili usino De Filippo come facile sicurezza per il cartellone, per evitare aperture più coraggiose al contemporaneo meno consacrato. Sicuramente è così. Ma capita poi che Toni Servillo, regista e protagonista di queste Voci di dentro, faccia sempre tutto esaurito. È chiaro, che di fronte a una così ampia richiesta del pubblico, la questione vada ulteriormente scandagliata e quando, come in questo caso, la qualità è molto alta, è la tradizione stessa a reclamare uno spazio che sarebbe ingiusto e impossibile non darle.
Eduardo è il più straordinario e forse l'ultimo rappresentante della drammaturgia contemporanea popolare. Magari non l'ultimo, ma certamente ineguagliato, insieme a Pirandello, nel difficile connubio fra comicità e profondità demistificatoria.

Rispetto al sentimento iniziale posso affermare che i personaggi di Eduardo con Servillo riprendono vita senza perdere assolutamente nulla. Anzi, acquistando nuovi sensi, nuove espressioni, nuova voce.
Infatti, con lui calcano la scena un insieme composto da interpreti di grande spessore: tra loro il fratello Peppe Servillo (che interpreta proprio il fratello Carlo nella commedia) che dà vita a un Carlo Saporito in evoluzione, in principio incavato e in tono minore, ma che grazie agli eventi si dimostra presto astuto calcolatore e quindi perfetto esempio dei tempi; Gigio Morra, Pasquale Cimmaruta, e Daghi Rondanini, asceta clochard il suo Zi’ Nicol), ma anche giovani e promettenti attori di sicuro avvenire come Vincenzo Nemolato,Luigi Cimmaruta, e Chiara Baffi, la cameriera Maria.

Una messa in scena di elaborata semplicità valorizza tutte le possibili rifrazioni del testo. I tempi e l'uso dello spazio sono dettati soprattutto dall'entrata e dall'uscita dei personaggi. Risulta, ad esempio, molto efficace la dinamica da confessionale che caratterizza l'ultima parte dello spettacolo, quando i Cimmaruta si presentano uno ad uno davanti ad Alberto, accusandosi a vicenda.
La partitura ritmica è quindi affidata prima di tutto alla straordinaria capacità degli interpreti: nelle tirate così come negli scambi rapidi, è il corpo fonico del napoletano lo strumento armonico su cui gli attori realizzano le variazioni di registro.

Servillo ha dichiarato che nelle messe in scena di Eduardo «il profondo spazio silenzioso che c'è fra il testo, gli interpreti e il pubblico va riempito di senso sera per sera sul palcoscenico». E proprio questo silenzio assume forza travolgente nel finale, quando gli attori sospendono i tentativi di riempirlo, e l'incapacità di ascoltare la verità vuota sotto i feticci sociali culmina nel drammatico sonno con il quale, come la maggior parte di noi, Carlo la nega.