Nicaragua: 19 luglio 1979, che la memoria non sia breve

Riceviamo e pubblichiamo dall'Associazione Italia Nicaragua, questa memoria ed alcune considerazioni sull'eredità morale e culturale della rivoluzione sandinista del Nicaragua di cui oggi ricorre il 37° anninersario.

Non bisogna osservare la civiltà capitalista nelle città, dove va in giro travestita, ma nelle colonie, dove passeggia nuda" (Carl Marx).

Solo che di quanto avviene nelle "colonie" ce ne dimentichiamo presto.

Sono storie che cadono nell’oblio, ed apparentemente ingessate che parlano solo alla nostalgia e al tempo passato.

Noi le guardiamo con sufficienza, con un benevolo sorriso, però c’è da domandarsi se quelle non erano la "corrente calda" della storia.

È valido anche per la rivoluzione sandinista del Nicaragua (19 luglio 1979), così nota a chi ha fatto in tempo a viverla e così difficile oggi da rendere a parole; sembra archeologia lontana.

Un piccolo popolo cercava di fare la sua storia, grazie alla spinta rivoluzionaria annientava una feroce dittatura durata 30 anni.

Allora non c’era ancora internet ed i cosiddetti social media avrebbero ricoperto un ruolo decisivo nelle proteste e nelle insurrezioni solo dal 1994, con la rivoluzione zapatista.

Quel 19 luglio fu come se d’improvviso la rabbia e la miseria non fossero più capaci di nascondersi, iniziarono a uscire attraverso gli sguardi, attraverso la voce, attraverso i corpi; e mentre le strade, di tutto il Nicaragua, si riempivano cambiavano, al riconoscersi occhi negli occhi, la paura, la frustrazione, la rabbia, si trasformavano in un groviglio informe e adrenalinico; fino a essere qualcosa di nuovo, ancora più forte.

SPERANZA.

Travolgeva chiunque le capitasse a tiro, una valanga di emozioni cieca e implacabile, una freccia scoccata con precisione, pronta a conficcarsi nel cuore, senza chiedere permesso. A Managua, all’ingresso dei combattenti del Fronte Sandinista, la piazza cantava, ruggiva, migliaia di occhi, mani, sogni, respiravano assieme: era un animale vivo, che si muoveva.

La folla che urlava reclamava giustizia sociale! Libertà! Dignità!

Speranza, passioni, sui volti d’insorti e combattenti nel nome dei diritti e della libertà.

Nel clima della guerra fredda degli anni ‘80, l’originalità sandinista purtroppo non avrebbe avuto spazio.

Stretta in un partenariato informale e criminale fra il Vaticano e gli Usa di Ronald Reagan per combattere il governo sandinista, che era di ispirazione allo stesso tempo cristiana e marxista, per combattere fra le altre cose la "minaccia comunista" in America centrale.

"Il Nicaragua è pericoloso perché esporta un esempio… non si attacca il Nicaragua perché non è democratico ma affinché non lo sia”.

(Messaggio del Tribunale dei Popoli).

Così la rivoluzione popolare sandinista ci ha fatto toccare la sofferenza nella pietas, la verità nella follia, la bellezza nella miseria, la nonviolenza nella paura, la disperazione nella luce, l’immaginare l'utopia nel cuore della notte.

Anche se alla fine il vincitore è stato ancora una volta il Golia statunitense.

Ricordare l’esperienza sandinista è altresì ricordare l’indimenticabile Giulio Girardi.

È stato probabilmente uno degli intellettuali italiani della seconda metà del XX secolo più importanti nel mondo; migliaia di persone hanno cambiato la propria vita leggendo le sue opere, il suo nome e ricordato e benedetto a Cuba come in Nicaragua come nel Chiapas. Ma neanche una tomba o un pezzo di marmo lo ricorda.

Le sue opere sono disperse in tante e diverse case editrici, e non esiste alcun progetto di loro riedizione sistematica, il suo archivio personale non esiste più, i suoi inediti (che certamente vi furono) sono dispersi, nessuno attualmente lavora a una sua biografia (che sarebbe bellissima e utilissima) e nemmeno a una bibliografia sistematica dei suoi scritti, nonostante gli sforzi affettuosi di Bruno Bellerate che accolse Giulio in casa sua negli ultimi, dolorosi, anni di malattia e solitudine (e che ora ha costruito un sito web dedicato a Giulio). Certo, Giulio, e vivo e vivrà per sempre nel cuore di chi lo ha conosciuto (…)

Ma questo non può certo bastarci perché parliamo di grandi intellettuali che hanno affidato la loro sopravvivenza anche ad opere filosofiche, teologiche, politiche, e queste opere chiedono di poter vivere fur ewig al di fuori dei nostri cuori.

Passato l’attimo delle lacrime penso che sarebbe un modo giusto di piangerli discutere operativamente dei compiti che la morte ha trasferito su tutti/e noi” (Raul Mordenti).

Per noi dell’Associazione Italia-Nicaragua, rimane la certezza "che si possa sbagliare dalla parte giusta" senza che questo significhi affatto che "loro" avessero ragione.

Finché un popolo non diventa soggetto della sua storia, la società non è umana, è alienante. Popoli che la violenza la subiscono per tutta la vita e non rispondono con la violenza ma con la solidarietà, con la lotta comune. Non c’è uomo comune che abbia senso di giustizia che non debba sentirsi dalla loro parte. Vale per sempre. Vale per l’America latina di oggi per i suoi governi di “sinistra” o “progressisti” sotto attacco della destra e di cui è difficile prevedere le conseguenze. Nel mirino della strategia golpista di Washington vi sono il Brasile, per minare dall’interno i Brics, e il Venezuela per minare l’Alleanza Bolivariana per le Americhe. Quello che è certo è che la battaglia è comune, ad iniziare dalla difesa del Venezuela, che è anche difesa dei nostri diritti.

In Nicaragua, con l’avvento del governo Ortega che ha posto fine a 16 anni di governi liberisti, le cose sono certamente cambiate. Si parla del “quarto tempo del sandinismo” (dopo la vittoria del 1979, dopo l’aggressione americana e dopo il lungo esilio all’opposizione), caratterizzato dal nuovo "pragmatismo" di Ortega, che sarà candidato alle prossime elezioni del 6 novembre. È la settima volta in 32 anni ed avrà la possibilità di ricoprire per la quarta volta la carica presidenziale, la terza consecutiva.

In Nicaragua si assiste così ad una fase positiva in cui da una mancanza totale di garanzie e opportunità, si sta avanzando verso un miglioramento economico e verso un processo partecipativo e di riconquista dei diritti; mentre in Italia si arretra su tutti i fronti delle conquiste relative ai diritti e al lavoro.

Tutto questo richiede di ridefinire le modalità della nostra solidarietà in un momento così difficile in cui, da una parte, è più problematico raccogliere fondi e dall’altra la nostra Associazione, come più in generale il mondo dei movimenti e della sinistra, attraversa una fase molto travagliata.

Però restano estremamente attuali le parole di Eduardo Galeano: "Io non credo nella carità. Credo nella solidarietà. La carità è verticale, quindi umiliante. Va dall’alto verso il basso. La solidarietà è orizzontale. Rispetta gli altri e impara dagli altri. Ho tanto da imparare dalle altre persone".

Associazione Italia-Nicaragua

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