Mark Lanegan @Tener-a-mente 2017 - Live Report

Mark Lanegan @Tener-a-mente 2017 – Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera

 

E’ una notte di luna piena, ci sono stelle, nuvole e lampi a spazzare il cielo. C’è la splendida cornice dell’anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera. E c’è la voce di Mark Lanegan, baritonale, roca, emozionante come e più di sempre.

Andiamo con ordine. Apre Duke Garwood, anche collaboratore di Lanegan nell’ultimo disco “Gargoyle”, che sarà poi sul palco insieme a lui con chitarra e percussioni. Ci porta nelle atmosfere dark e negli abissi profondi che contraddistinguono i suoi lavori. E’ una perfomance scarna ed essenziale, affascinante, anche se non particolarmente originale. I rimandi a Nick Cave sono evidenti, tanto che in platea sento evocare questo nome come fosse un fantasma, ed è una suggestione che gli si addice parecchio.

Poco prima delle 22 Mark Lanegan sale sul palco con la sua band. Non ci sono sorprese: solito look total black, occhiali scuri, asta in mano e magnetismo vocale di rara intensità.  Lanegan è un sopravvissuto agli eccessi degli anni novanta. Sopravvissuto al grunge innanzitutto, e i reduci si contano ormai sulle dita di una sola mano (numerose le t-shirt di Chris Cornell tra il pubblico, a rendere omaggio all’ultimo doloroso lutto dell’epopea di Seattle). Sopravvissuto ai suoi demoni, alla droga, all’alcol. Un artista che ama rovesciare le carte sul tavolo, che sa scegliere collaborazioni proficue, da Greg Dulli a Josh Homme, passando per Isobel Campbell. Sono passati 27 anni dal primo disco solista post Screaming Trees “The winding sheet”, un capolavoro di blues funereo con una versione di “Where Did You Sleep Last Night” indimenticabile, con Cobain ai cori. Da allora Mark Lanegan ha prestato la sua voce a progetti e stili diversi, ha cambiato pelle diverse volte e in questo show intende presentare quasi esclusivamente l’ultima tranche della sua carriera, la svolta elettronica e a tratti pop della trilogia aperta da “Blues Funeral” nel 2013, seguita da “Phantom Radio” nel 2014 ed ora da “Gargoyle”.

La scaletta si snoda essenzialmente attorno a questi tre lavori, l’emozione che sa creare con la sua voce lascia la platea immobile, quasi intimorita al suo cospetto, ma esplode in applausi fragorosi alla fine di ogni escuzione. Notevole la cover di “Deepest Shade” dei Twilight Singers, uno dei tanti brani capolavoro scritti da Greg Dulli, uno dei cantautori più ingiustamente sottovalutati del suo tempo.

E’ un vecchio leone Mark, qua e là gracchia un thanks e presenta i suoi musicisti nell’unico episodio di interazione con il pubblico, tra loro appunto Duke Garwood e il magnifico chitarrista di Seattle Jeff Fielder, un vero numero uno. Leggo che nel disco suona la batteria in qualche pezzo il divino Jack Irons, deus ex machina dei Pearl Jam (che non rimpiangeranno mai abbastanza). Immaginare di avere lui su questo palco dietro le pelli al posto di questo energico ragazzotto palestrato sarebbe un sogno, ma a Gardone ci sono lampi e non stelle cadenti.

Ci pensa Lanegan a riportarmi alla realtà con il suo vocione e annoto due o tre brani davvero convincenti dal vivo di “Gargoyle”, dalla dolce ballata “Goodbye to beauty” a “Beehive” con le sue atmosfere di raffinato alt- rock elettronico. Il concerto è quasi finito e Mark regala gli unici episodi legati al passato datato 2004, con “Methamphetamine Blues” da “Bubblegum” che fa sobbalzare sulla sedia i vecchi fans, colpendoli definitivamente al cuore.

La chiusura è impreziosita dalla scelta di omaggiare i Joy Division di Ian Curtis con il brano simbolo "Love Will Tear Us Apart"; scelta che potrebbe sembrare bizzarra se accostata al background di Lanegan, ma che si rivela azzeccata, sicuramente figlia del nuovo corso musicale intrapreso con “Blues Funeral”.

Lo show è finito, poco meno di novanta minuti, e Mark trova il tempo di firmare tutte le copie del disco al merchandising. Partecipo a questo rito collettivo e ricevo anche io la mia gracchiante benedizione con tanto di scarabocchio sul vinile. Ci sono mancate stasera perle di bellezza come “One way Street” o “Wild Flowers”? Assolutamente sì, caro Mark, però perdoniamo il colpo di spugna al passato che ci sta tanto a cuore, perché hai avuto un grande coraggio nel prendere strade meno tranquille e perché ogni volta che afferri l’asta e apri bocca il tempo si ferma, il cuore accelera i battiti e il tuo fascino resta magnetico.

Alla prossima! (Vox Club Nonantola 29 ottobre e Fabrique Milano 30 ottobre)

Elena Castagnoli