Lus @L'Altro Teatro

Venerdì 26 febbraio alle 20.45 al Camploy, nono appuntamento con la rassegna L’altro teatro organizzata dal Comune di Verona in collaborazione con Arteven (Circuito Teatrale Regionale), con il Teatro Stabile del Veneto e con EXP - Are We Human. In programma l’attesissimo concerto-spettacolo Lus di Ermanna Montanari, Luigi Ceccarelli e Daniele Roccato con la regia di Marco Martinelli.

Lus (proposto dal Teatro delle Albe e da ERT) è allo stesso tempo un concerto e uno spettacolo di teatro. Questi due elementi convivono nella performance in modo inscindibile. Ci sono i suoni dal vivo del contrabbasso, strumento dal timbro ricchissimo e cangiante, ci sono quelli della lingua romagnola di Ermanna Montanari che interpreta un testo di Nevio Spadoni scritto in un dialetto dalla graffiante asprezza e dall’espressività potentissima, e c’è, sempre dal vivo, l’alchemica contemporaneità delle sonorità elettroniche. Dice Ermanna Montanari: «Nevio Spadoni, poeta della mia terra romagnola, ha scritto per me Lus, sulfureo poemetto in versi, dalla consistenza di grosse zolle di campo arato: questa materia bruna, generante, che al sole pare metallo, descrive bene la mia voce, come un fascio di rovi scorticanti. Lus è incentrato sulla figura di Bêlda, una veggente obbligata a vivere ai confini della società, una guaritrice maledetta dagli uomini, un’intoccabile mossa dalla sua voce che è anche il suo corpo e quello del popolo di malati che lei cura sbrindellando il suo. Lus significa luce, nel mio dialetto romagnolo. E la luce è voce».

Entusiasta la stampa nazionale che nel recensire Lus ha anche auspicato (Renato Palazzi sul Sole 24 Ore) che la pièce sia rappresentata negli enti lirici come avveniva per i grandi recital di Carmelo Bene. «Nel percorso – sono sempre parole di Palazzi – di Ermanna Montanari che ha interpretato personaggi di elevatissima statura (dall’Alcina ariostesca alla colta e ribelle monaca Rosvita), la Bêlda occupa uno spazio rilevante. Figlia di una prostituta e forse disposta a prostituirsi a sua volta, è vittima dell’ipocrisia e del disprezzo dell’ambiente di cui si vendica lanciando una maledizione contro il prete colpevole di averle dissotterrato la madre Armida per seppellirla in terra sconsacrata. Bêlda incarna un raro concentrato di pulsioni primarie, un misto di sesso, credenze ataviche, religiosità pagana e una presenza prepotentemente riaffiorata da un oscuro passato ancestrale. Col suo furore, col suo barbarico linguaggio, la fattucchiera di Spadoni, armata di falcetto, sembra quasi una creatura testoriana, strappata alle superstrade della Brianza e precipitata nella Romagna contadina. La forma stessa del maleficio, che accende e agita il suo soliloquio, richiama in sé una ritualità primordiale». Entusiasta anche Il manifesto che ha definito Bêlda “un’eroina di Artaud”, “una ribelle che chiede, certo inutilmente, al Dio-che-è-morto una possibile uscita nella luce, la Lus, un riscatto, una rinascita dei maledetti dal potere”.