L'amore è una patetica finzione è vero solo il sesso. "La bambola" e "la putana"

Un divano bianco, un incarto rosso, luccicante, che sfavilla sul divano, un uomo grigio entra in scena portando con sé il buio dell'ombra. Così si apre il sipario su "La bambola" il primo dei due atti unici del grande psichiatra veronese Vittorino Andreoli, portati in scena per la prima volta, ieri sera, al Teatro Laboratorio da Isabella Caserta e Francesco Laruffa. È stata una prova di grande maestria e sensibilità umana oltre che artistica dei due attori e registi, impegnati nella sfida di dire quello che non si può, quello che non si deve, squarciando il velo del perbenismo ipocrita dietro il quale si ripara la nostra società.
Il tema della violenza sulle donne viene affrontato in maniera insolita, attraverso il rapporto surreale tra un uomo e una bambola. Una bambola che interpreta il ruolo della donna. È questa la chiave di lettura, non solo di quanto rappresentato nella finzione teatrale, ma anche della psicologia di un modo malato di vivere il rapporto uomo - donna. L'incapacità, la fragilità umana che non riconosce come soggetto d'amore un altro essere umano e proietta i suoi bisogni affettivi su un oggetto, una bambola, un pupazzo.
«C'è talmente bisogno d'amore che si finisce per ingannarsi sempre, per attaccarsi a mostri, a te...».  La lucida follia interpreta da Francesco Laruffa sulla scena ci fa sentire come logica la conseguente soppressione dell'oggetto: «La tua morte è necessaria perché io possa vivere».
E così veniamo lasciati soli, soli con noi stessi, nell'abisso del nostro io.

Ana, "la putana" fa il suo ingresso riportando in scena la vita. Personaggio che sembra cucito addosso a Isabella Caserta, che non solo ne esalta le doti interpretative, ma ne mette in luce il grande spessore umano, emotivo, l'empatia che le è propria. Sono le confessioni, le riflessioni di una donna, che con lucida rassegnazione e disinvolta ironia ha accettato il proprio il proprio destino. Un destino segnato, già scritto, fin dalla più tenera età con la violenza del padre vissuta come atto d'amore. L'unico possibile, tanto da diventare rimpianto, il senso stesso della propria esistenza «... mi sentivo importante, sentivo che avevo qualcosa da dare...». Ana, parla a stessa, per cui si racconta in modo schietto, senza filtri, con disinvoltura, e l'amarezza che a tratti emerge, viene subito stemperata dalla necessità di sopravvivere perché «non si può pensare è già abbastanza vivere». E se le ferite non sanguinano più, perché tamponate dalle necessità del vivere scandite dal ritmo del quotidiano, sanguinano i sogni, sanguinano i desideri immolati sull'altare di un destino ineluttabile.
Questo secondo, crudo spaccato sociale, toglie il velo ad una delle tante realtà scomode, quelle che si preferisce tenere nascoste, quelle da non vedere, da non raccontare.

Un'opera di forte impatto emotivo, sintesi perfetta e agghiacciante di un mondo dominato dalla triade  sesso, soldi e sangue, dove l'approvazione sociale passa attraverso la negazione della fragilità umana.

Applausi scroscianti, liberatori, da parte del numerosissimo pubblico accorso al debutto di questa nuova produzione del Teatro Scientifico, che da sempre si distingue per la capacità di restituire la parola a chi di  voce non ne ha.

Lo spettacolo replica questa sera alle 21 e domenica 19 ottobre alle 16,30.