La partita è truccata, saltiamo un turno

L’intervento di Agostino Mondin dei giorni scorsi ha buttato un primo sguardo su cosa sta succedendo in città in vista delle amministrative di primavera e il panorama mi appare desolante.

A sinistra si discute per decidere se allearsi o meno col PD. Un quesito che frammenta ulteriormente le molte piccole sinistre cittadine.
Nel PD si discute per decidere se allearsi o meno con Tosi. (Ma Tosi cosa dice e soprattutto lo sa?)
Nei Cinque Stelle tutti si sono già messi l’elmetto in testa per affrontare la madre di tutte le battaglie al grido: ”Noi, soli contro tutti”. (Film già visto, ma pare sempre di moda).
La destra? Fa la destra, finge di discutere e litigare, ben sapendo che oggi a Verona vince comunque e con chiunque (oddio, spero proprio non con chiunque, ma temo di sì).

C’è poi quello che Agostino Mondin  ha definito come "Progetto Massignan".

Ago crede che “ possa essere l'unico in grado di risolvere molti problemi, contribuendo ad allentare rigidità e togliere steccati che sono stati eretti in questi anni e mesi”. Concordo. Conosco Giorgio da anni, con lui ho condiviso molte battaglie e qualche impegno politico, di lui mi fido e per questo non entro nel merito della sua proposta. Posso dire solo che ancora una volta Massignan ha volato alto su questa città, sulla sua storia, sul suo odierno e sul suo futuro. E che un’idea come la sua mi appare fin troppo “basica” e – soprattutto – realistica, per sperare che ci sia qualcuno in città che la prenda in considerazione, facendo un passo indietro, rinunciando al proprio ego per il bene di un progetto comune.

Sono pessimista? Sì.

E allora che dire? Se una cosa ci ha insegnato il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre  è che bisogna riallacciare il canale di comunicazione tra la politica e i cittadini e, poi, tra i cittadini e le istituzioni.  L’occasione delle amministrative può servire a questo?

Visto il panorama che ci appare in questo specifico orizzonte io dico di no. Mi da il senso di una partita truccata, dove può cambiare l’entità del risultato, ma non l’esito finale. Allora tanto vale lasciar stare e prepararsi ad un prossimo incontro.

Certo, per me è facile dirlo, visto che di fronte a questa politica e questi partiti mi sento sempre più un apolide e proprio per questo da molto tempo ho smesso di andare a votare.

Anche per questo mi sento libero di dire che, in questo presente della politica a Verona, sia igienico e salutare per la sinistra essere assente alle prossime elezioni. Non partecipare ad una partita truccata e senza speranza, che la condannerebbe all’ennesima sconfitta,  ad una ulteriore esclusione da qualsiasi tipo di processo decisionale. Per non subire, una volta di più il trauma di una inevitabile marginalizzazione data dall’evidenza dei numeri.

Altrettanto igienico e salutare sarebbe per le diverse forze organizzate della sinistra, per i loro militanti e per quelli – e sono molti – che sono ormai senza riferimenti riconoscibili, oltre che chiamarsi fuori, fare qualche passo di lato, lasciare il sentiero che porta dritto alle elezioni, per cominciare a battere quello – molto più incerto – che quasi di si sicuro ci porterà a ricominciare a salire, attraversando luoghi che ci paiono noti e familiari ma che ci potrebbero apparire sotto una luce diversa: i quartieri, il mondo del lavoro (quello certo, quello precario, quello saltuario e quello che non c’è), le scuole, l’università, le biblioteche e gli altri luoghi che germinano cultura, gli spazi occupati e quelli da occupare.

Se marginalizzati dobbiamo essere, tanto vale che siamo noi a scegliere su quali margini muoverci, non per creare nuovi circoli autoreferenziali, ma con volontà e disponibilità di ascolto, senza voglie di dare “la linea” (quale poi?), ma per cercare un sentiero, come si fa in un bosco o sulla costa di una montagna per vedere come uscirne fuori. Quando sei lì, attivi tutti i tuoi sensi, allunghi la vista, annusi l’aria , ascolti suoni, rumori e parole, anche quelle che arrivano da più lontano, con la convinzione che facendo così troveremo la via giusta. Riusciremo così a vedere quegli spiragli di luce che arrivano proprio dai margini, senza più il rischio di restare abbagliati dai fari puntati solo sulle mura di Palazzo Barbieri.

Insomma tornare a piantare le nostre tende ai margini e non più sulla vetta.

Si tratta di tornare al fondo delle cose. O meglio ritornare al fondo delle cose. Lo so che qualcuno obbietterà che c’è chi non ha mai smesso di farlo. Ma il problema è che l’ha fatto per sé stesso, per chi la pensa come lui o per quelli che gli piacciono. Altrimenti non saremo al punto morto in cui ci troviamo.

Non propongo di fare un bagno di umiltà, ma realizzare una necessaria presa di coscienza e di conoscenza.

Si dovrebbe ritrovare un certo dialogo con gli individui e non solo con le loro comunità di appartenenza e di rappresentanza. Bisogna tornare a camminare per le strade, a consumare le suole delle nostre scarpe, fermarsi nelle piazze a alle fermate del bus, andare nei mercati, senza tavoli e bandiere ma da invisibili, per assorbire umori, parole, suoni, vibrazioni, rabbie, delusioni, attese, speranze. E poi tornare a casa, analizzarle, condividerle, discuterle e pensare insieme a come catalizzare e canalizzarle in qualcosa di diverso e costruttivo dal semplice malessere e dalla protesta senza sbocchi se non quelli “di pancia”. Insomma arrivare prima noi a intercettare queste esigenze, piuttosto che lo facciano altri a suon di ronde e o militari per le strade.

Bisogna capire che stare ai margini non vuol dire essere marginali.

Credo che in questa prospettiva ognuno possa trovare il proprio ruolo e il proprio spazio, nell’ambito dei propri interessi e delle proprie competenze. Chi sta nelle forze organizzate della sinistra e chi ne sta fuori, chi lavora nelle associazioni e chi lo fa nei comitati, chi vuole impegnarsi in politica e chi invece pensa che sia meglio fare altro. Giornalisti compresi.

Bob Dylan una volta al New York Times ha detto: “A un sacco di gente non piace la strada, ma per me è così naturale come respirare. Io lo faccio perché mi sento trasportato a farlo. È l’unico posto dove puoi essere quello che sei”. Nella mia vita di suole ne ho consumate molte e di strade ne ho viste tante e penso che continuerò a farlo con l’idea di vedere e raccontare quanto accade attorno a noi.  Magari proprio dai microfoni di Radio Popolare.

Beppe Muraro