Io so chi sono: èdeMa/Medea

«Io so chi sono: sono una donna. Sono una donna intrappolata nel corpo di un uomo».
Inizia con questa affermazione il viaggio in cui ci conduce èdeMa/Medea, drammaturgia di S. Betti e F. De Bernardinis, messa in scena dal Teatro Scientifico – Teatro Laboratorio per la regia di Isabella Caserta e Francesco Laruffa, rappresentata ieri sera a Verona in prima nazionale.

Una rivisitazione del mito di Medea, o meglio di  èdeMa/Medea, dove edema, anagramma di Medea, è a lei così intimamente legato da essere tutt’uno. Un viaggio nel mito e nel dolore dunque, dove il racconto teatrale crea continui collegamenti con il prensente, nelle vergogne di una società plastificata che continua a rifiutare il diverso, lo straniero, il vecchio, colui che indossa un differente abito mentale.

Una regia pulita, senza sbavature dà risalto alla complessità e alla molteplicità del personaggio in un continuo entrare e uscire da sé, dal mito alla realtà del quotidiano, dalla finzione scenica alla sua psicopatologia partendo dall’assunto iniziale: «Io so chi sono: sono una donna. Sono una donna intrappolata nel corpo di un uomo». Un uomo, che però è anche un attore e quindi uno, nessuno e centomila per definizione. Questa è la trappola che imprigiona Medea. Questa è la trappola dalla quale Medea non potrà più uscire. L’alienazione diventa l’unica possibilità di sopravvivenza per Medea la Mater terribilis, per l’attore, per l’uomo, per un’umanità che in preda ad una lucida follia uccide il proprio futuro.

Un carismatico e fisico Francesco Laruffa volta le spalle al suo pubblico, torna ad indossare il cappuccio del mantello rosso sangue, e ci lascia feriti, ma più forti di quando siamo entrati, grazie al viaggio nel quale siamo stati condotti, il viaggio nella consapevolezza, nella presa di coscienza. Unico punto di partenza possibile per il cambiamento.

Grazie Isabella Caserta, grazie Francesco Laruffa.

Cinzia Inguanta