Inefficienza del servizio di PS o conflitto del sistema? L'opinione di Paolo Ricci

Di recente i codici del Pronto Soccorso (PS), che stabiliscono l’ordine prioritario di urgenza al trattamento, hanno subito una sorta di down-grading,  per cui quelli “verdi” sono stati declassati in “bianchi”. Questo significa che più pazienti devono pagare il ticket. Un escamotage per scoraggiare l’accesso a chi non rientra tra le urgenze effettive. Nella nostra città, come altrove, si è scatenata la polemica. Giusto o sbagliato? In realtà, si tratterebbe di  una cosa giusta che però, all’interno di un contesto sbagliato, subisce il rovesciamento nel suo opposto. Questa la contraddizione.

Il PS, in quanto servizio di urgenza per definizione, dovrebbe trattare soltanto casi in imminente pericolo di vita, o comunque tali per cui un ritardo delle cure potrebbe compromettere, con elevata probabilità, il funzionamento di un organo o di un apparato anche in modo irreversibile. Quindi codici verdi e bianchi non dovrebbero esserci. Soltanto così il PS potrebbe garantire la migliore efficienza del suo servizio, costituito appunto dal trattamento esclusivo delle urgenze. Al PS dovrebbero arrivare soltanto pazienti trasportati in ambulanza. Ed in effetti questa modalità di accesso costituisce un riconosciuto indicatore di appropriatezza per tale servizio.

Tutti sappiamo però che così non è. Un dolore acuto, o semplicemente persistente, una febbre un po’ più elevata del solito, una contusione, una ferita superficiale da taglio, oppure una vertigine inducono molti a recarsi al PS: da soli o accompagnati, a piedi o con il proprio mezzo. Il PS si trasforma quindi di fatto in una sorta di poliambulatorio polispecialistico a bassa soglia di accesso, con code di persone che attendono ore e magari ci passano anche la notte, tra insofferenza, aperta protesta o cupa rassegnazione. La customer satisfaction crolla ai minimi termini. E’ inevitabile che ciò accade quando un servizio viene forzato fino a  diventare altro da se.

Colpa dei pazienti che vogliono tutto e subito, oppure dei medici di famiglia che hanno derogato alla loro professione per trasformarsi in semplici burocrati? Né l’uno, né l’altro. E’ l’organizzazione stessa della medicina di base, o territoriale che dir si voglia, ad essere diventata anacronistica ed a generare simili distorsioni. Si dice che una volta il medico aveva “l’occhio clinico”, perché riusciva a fare diagnosi senza troppi esami. Vero, però erano tempi in cui quando si andava dal medico (chi poteva) la malattia  si trovava in fase molto avanzata, al punto tale che da manifestarsi in maniera conclamata con segni e sintomi esterni facilmente riconducibili alla causa. La storia della medicina  è ricca di questa aneddotica che si esprimeva con immagini quasi letterarie; si pensi alla descrizione delle varie “facies”: biliosa, anemica, itterica, adenoidea, mitralica, ecc. Oggi fortunatamente lo standard sanitario è molto migliorato e quando il medico vede il paziente tutto appare decisamente molto sfumato e mimetico, perché la malattia è agli esordi. Senza un’ecografia, un Rx, un emocromo, e magari l’opinione di un collega specialista in materia, non si pongono ipotesi diagnostiche, ma si gioca un terno al lotto. Da qui l’esigenza di richiedere qualche accertamento che comporta prenotazioni, code, giornate di lavoro perse, impegni familiari saltati, per poi ottenere un quadro frammentario che deve comunque essere interpretato dal medico di famiglia. Quindi altro tempo sottratto alle stressanti richieste del quotidiano.

Meglio allora “tenere duro” e passare la notte al PS con un codice bianco o verde, e quindi pagare anche il ticket, pur di uscire con una diagnosi  e magari anche con un’indicazione terapeutica.

La risposta corretta del Sistema Sanitario non può essere quindi che una ristrutturazione radicale della medicina di base, nella direzione di promuovere l’associazione tra più medici di famiglia, meglio se con competenze specialistiche diversificate, all’interno di una struttura, dotata anche di personale infermieristico ed amministrativo, attrezzata per una diagnostica strumentale di base, in grado di operare un primo filtro. Lo scopo è discriminare i casi urgenti da quelli non-urgenti e di accelerare comunque per quest’ultimi il percorso necessario ad assumere le più appropriate decisioni sanitarie. Viceversa, un conflitto senza via d’uscita e l’inefficienza di un prezioso servizio, il PS appunto.

Paolo Ricci