E' solo una storia d'amore

Questa è una storia d'amore, di un amore scoccato nel 2010 in un negozio di dischi a Notting Hill, l'amore tra una neolaureata in scienze della comunicazione alle prese con "le grandi decisioni della vita" e una band inglese - che fa folk-pop - alla prese con un album d'esordio. Un amore cresciuto con il tempo, fatto di dischi consumati ("Qual è il disco che ha più ascoltato negli ultimi cinque anni?" "Sigh No More") e concerti, costruito sulla sensazione di avere trovato quella band "che fa per te", che si sposa con quella parte della tua vita di cui non sai ancora nulla, quella dopo la laurea, quella "sono stata una studentessa per tutta la mia vita e adesso non sono niente".

Sono passati cinque anni e l'idea era quella di un amore che dura nel tempo.  Un amore in grado di passare sopra ad un album che "proprio non mi piace", non perchè non c'è il banjo ma perchè lo trovi un po' vuoto, un album che è un po' tutto e molto niente. Ma non importa, perchè l'amore vero supera anche le difficoltà, perchè ci sono quelle canzoni là, quelle lì che ti sei cucita addosso, quel "Weep little lion man, you're not as brave as you were at the start rate yourself and rake yourself, take all the courage you have left wasted on fixing all the problems that you made in your own head" che hai creduto parlassero proprio di te, che descrivevano così bene questo tu passaggio dall'avere 20 anni a ritrovarsene 30 sul groppone. Un amore che poteva resistere, perchè alla fine lo sapevi, li conoscevi, dal vivo ti avrebbero reso comunque felice, ti avrebbero regalato un bel concerto e sarebbero venuti nella città dove ti eri ritrovato a vivere (e per la seconda volta, forse anche loro si erano ritrovati ad amarla un po' come te), su uno dei palchi più emozionanti della storia.

Eppure all'alba del giorno dopo, ti ritrovi a chiederti se, come tutte le storie d'amore dei tuoi sentimentalmente fallimentari superati 30 anni, anche questa sia destinata a finire.

Il poco poetico (e un po' soporifero) preambolo, è indispensabile per capire perchè il mio unico pensiero uscita dall'Arena ieri sera dopo il concertone dei Mumford & Sons sia stato "che concerto brutto". Che è una valutazione davvero spicciola ma che, come poche, riesce a definire il mio stato d'animo post live.

Uno potrebbe passare sopra la cassa gracchiante (no! trovate subito il colpevole) e dire "eh ma non era colpa loro" e continuare ad amarli nonostante tutto, perchè quando vuoi far funzionare le cose ti impegni, vuoi crederci, ti ripeti: "andrà tutto bene". E invece in due ore assisti al crollo del tuo castello, a quella che  - oggi hai ancora paura a dirlo - potrebbe essere la fine di tutto.

Non sono solo i pezzi nuovi, quelli della svolta elettronica dei Mumford & Sons a non convincere è l'insieme di un concerto senza capo né coda che manca di anima, di emozione e pensiero. La cosa che più di tutte fa salire la rabbia, quella classica di una che si sente lasciata, è tutto il potenziale sprecato: quello di una delle voci più interessanti e belle degli ultimi anni buttata via in un concerto che non si lascia vivere e quello di musicisti talentuosissimi che si sono a malapena sentiti perchè a disagio con gli strumenti che (non) suonavano. Forse loro volevano cambiare, forse per loro era giusto così, ma la sensazione è netta... i Mumford and Sons erano adatti a quel vestito new pop folk che si erano cuciti (o ritrovati) addosso che tutto il resto stride, stona e non trova il suo senso.

Forse il mio giudizio è troppo negativo, forse i Mumford & Sons hanno il diritto di avere un pubblico nuovo che apprezza questa evoluzione, quel pubblico che ha urlato, cantato e ballato, quel pubblico che la cassa gracchiante alla fine nemmeno l'ha sentita perchè quando una cosa ti piace ci sono cose su cui puoi passare sopra (ripeto NO, trovate il colpevole!), quel pubblico per cui questo Marcus Fuckin' Mumford (ormai dicono più fuckin' loro di un fratello Gallagher) è un grande o addirittura "un figo" ... ventenni urlanti io vi ho sentite benissimo (proprio dietro di me). Non è sbagliato, non sono un elitaria musicale, non mi ritengo tale, ma non sono i miei Mumford, quelli che avevo conosciuto nel 2010...ed è induscutibile ,si cresce, si cambia ma come spesso accade: non siamo crescuti insieme.

E anche se oggi mi porto sulle spalle la tristezza restano le cose belle, rimane la fotografia di anni assurdi accompagnati da queste canzoni, rimane l'emozione di aver ascoltato per la prima volta quel primo album che non mi laverò mai via, rimarrà l'energia degli altri live, resteranno le parole e la musica che sono stati e sempre saranno anche miei.... e magari, presto o tardi, ci ritroveremo sulla stessa strada. Per il momento vi terrò così nei miei ricordi...

MUMFORD AND SONS - THE BANJOLIN SONG (BalconyTV)

Scaletta - Arena di Verona, 29 Luglio 2015

01. Lovers’ Eyes
02. I Will Wait
03. Snake Eyes
04. Wilder Mind
05. Awake My Soul
06. Lover of the Light
07. Thistle & Weeds
08. Ghosts That We Knew
09. Believe
10. Tompkins Square Park
11. The Cave
12. Roll Away Your Stone
13. Monster
14. Only Love
15. Ditmas
16. Dust Bowl Dance
17. Sister (Acoustic)
18. Cold Arms (Acoustic)

Encore:
19. Hot Gates
20. Little Lion Man
21. The Wolf