Dossier su Flavio Tosi sindaco di Verona a cura di VeronaPolis

Nell'aprile del 2000 viene eletto   Consigliere regionale della Regione Veneto.

Nel 2005 è rieletto Consigliere regionale con  il record assoluto di preferenze tra tutti i candidati: 28.000 voti. In quell’amministrazione ha ricoperto la carica di assessore regionale alla Sanità sino al 25 giugno 2007, quando si è dimesso per assumere quella di Sindaco di Verona.

Il 29 maggio 2007 Tosi viene eletto Sindaco di Verona con il 60,75% dei voti.

Il 7 maggio 2012 Tosi viene rieletto  Sindaco per un secondo mandato con il 57% dei voti,

Nel 2014, alle Elezioni europee, è risultato secondo con 99.567 voti, dopo il segretario della Lega Nord Salvini con 108.238 voti.

L'11 luglio 2014 rassegna le dimissioni per continuare la sua attività da Sindaco di Verona.

Nel  marzo del 2011 Tosi, assieme all’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi, è risultato essere con il 68,1% di consensi il sindaco più amato d'Italia.

Tra circa un anno terminerà la seconda amministrazione Tosi e secondo la legge vigente dovrebbe essere l’ultima. Leggo invece su alcuni quotidiani locali che lo stesso Tosi stia chiedendo aiuto al premier Renzi per  modificare i termini di legge e far rientrare tutte le città con oltre i tremila abitanti tra quelle con la possibilità dei tre mandati per il sindaco. Che il sindaco di Verona cerchi di garantirsi altri cinque anni a capo dell’amministrazione comunale è comprensibile, lo è meno il silenzio assordante del PD locale, che è stato all’opposizione per quasi due amministrazioni e il cui segretario nazionale è lo stesso premier Renzi .

Cercherò di spiegare perché, a mio modesto parere, la riconferma di Tosi quale sindaco di Verona per la terza volta, sarebbe una iattura per la città. Non si tratta di simpatia o antipatia personale, ma di come ha amministrato la cosa pubblica in questi ultimi dieci anni:

Metodo intimidatorio delle querele

Dall’anno della sua prima elezione a sindaco, ai primi mesi di febbraio 2014, il sindaco Flavio Tosi ha depositato  in Procura 69 proposizioni di querela per diffamazione. La giunta del comune di Verona ha individuato elementi di calunnia e diffamazione in articoli, dichiarazioni, volantini, mail e post su face book. I costi delle querele non sempre sono stati contenuti nelle funzioni dell’Avvocatura civica, infatti, non raramente il Comune si è avvalso di professionisti esterni, per una spesa di circa 28.908,50 euro.

Delle 69 proposizioni di querela, si è avuta una condanna, una assoluzione, undici giudizi conclusi con la remissione a seguito di rettifiche e/o scuse, trentaquattro i procedimenti ancora all’esame dell’autorità giudiziaria e ventidue quelli archiviati. Oltre a privati cittadini sono state querelate parecchie testate giornalistiche, tra cui: Il TG3, Il Corriere della Sera, Il Corriere di Verona, L’Arena, Repubblica, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, Il Gazzettino, Il Manifesto, Il Messaggero,

Emblematica è stata la conclusione della vicenda Report. Il gip di Verona Livia Magri  ha archiviato la denuncia per diffamazione nei confronti del giornalista di Report Sigfrido Ranucci, intentata nel 2004 dal sindaco Tosi e incriminato il querelante.

Sicurezza e decoro urbano

Le prime ordinanze che emanò fin da subito al suo primo mandato, riguardavano la cosiddetta sicurezza ed il decoro della città.

Chiuse immediatamente il campo nomadi di Boscomantico; fece sgombrare l’ex scuola materna Parini di Borgo Venezia, occupata dal centro sociale La Chimica; chiuse alcuni negozi gestiti da extracomunitari per motivi di igiene sanitaria;  liberò via Mazzini dai venditori ambulanti abusivi; perseguitò i vagabondi ed i clochard che, secondo lui, inquinavano il decoro del centro storico cittadino; attrezzò le panchine con un bracciolo centrale per evitare che potessero servire per stendersi; munì il porticato del palazzo della Provincia e della Gran Guardia di  cancellate  per impedirne l’entrata ai senza tetto, abituati a trascorrervi la notte (tra poco seguirà la chiusura del cosiddetto giardino delle Poste); ha fatto votare dalla Giunta l’ordinanza antiprostituzione che prevede la multa a coloro che fermano il proprio veicolo per chiedere prestazioni sessuali; ha fatto approvare l’ordinanza  che impedisce di consumare cibo e bevande vicino all’ingresso degli edifici storici e dei monumenti cittadini. Tutti questi provvedimenti sono stati ampiamente pubblicizzati  dai mass media locali, sia cartacei che televisivi. 

L’eco di queste iniziative e la frequente presenza del sindaco sulle rete televisive nazionali, lo ha trasformato in  un personaggio pubblico positivo, lo sceriffo di  Verona, che  parecchi abitanti di altre città ci hanno e ci invidiano. Così, nel marzo 2011, con il 68,1% di consensi, è risultato essere il sindaco più amato d'Italia a pari merito con Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze. 

Ma la realtà veronese è ben diversa rispetto a quella che il sindaco Tosi vorrebbe presentarci e presentare all’Italia. Se è vero che è riuscito a “liberare” via Mazzini dagli abusive e a costringere i clochard a rifugiarsi all’esterno della città storica e di rappresentanza, il clima di violenza che si respira tra le vie del centro storico è allarmante.

Gruppi di ragazzotti che si atteggiano a picchiatori di matrice fascista, ma temo non conoscano assolutamente la filosofia fascista, ma solo quella della aggressività e della violenza, segnano il proprio territorio minacciando tutti coloro che vestono e si manifestano, anche silenziosamente, come appartenenti a gruppi diversi dai loro. Questi violenti provengono sia dalla buona borghesia cittadina, che dalle frange più arrabbiate della periferia e della provincia. L’obiettivo è lo stesso: trovare il nemico e picchiarlo, meglio se molti contro pochi.

Il sindaco Tosi si è occupato del decoro, della forma, dell’estetica urbana fine a se stessa, ma ha lasciato che questi gruppi di violenti terrorizzassero la città.

In questo clima, la notte del  primo maggio del  2008,  di fronte alla centralissima  Porta Leoni, il povero Nicola Tommasoli ha perso la vita a causa delle botte subite. La sua colpa? Era vestito e portava i capelli in modo diverso da coloro che lo hanno malmenato.

Nell’ottobre del 2009, un consigliere di circoscrizione della Lista Tosi, per festeggiare la propria laurea, non ha trovato di meglio che organizzare una spedizione punitiva nei locali frequentati dai giovani di sinistra:  il Malacarne e l'Osteria ai Preti, a Veronetta. Risultato: botte, insulti e ammaccature. All’arrivo della polizia era tutto finito e i provocatori spariti.

In questi anni, purtroppo, ci sono stati tanti altri casi di violenza di matrice fascista, ma anche di violenza fine a se stessa: nei pressi del Ponte Navi; all’interno ed all’esterno del bar Posta e del bar Malta a pochi metri da Piazza Dante; e in altri luoghi centrali della città. Spesso si tratta di gruppi di ragazzotti annoiati che ricorrono alla violenza contro il diverso per giustificare una loro inutile e vuota esistenza. La violenza brutale è spesso accompagnata e arricchita da eccessi di alcool e di droga.

Ma per il sindaco Tosi il decoro è rappresentato dall’assenza di “barboni” che cercano un riparo per passare la notte. Forse, secondo il sindaco, le violenze contro i diversi e contro chi non rispetta certi canoni formali, non sono considerate pericolose per il decoro della città. .

Oltre alla pulizia “di classe”, il centro storico, per il sindaco, rappresenta il luogo ideale dove ospitare i più volgari e inopportuni eventi: Piazza Bra, Piazza Erbe e Piazza Dante sono costrette ad accogliere piscine di plastica, strumenti pubblicitari invadenti, sagre della birra, dei cibi bavaresi, banchetti di ogni tipo, corse con automobili che al posto delle ruote hanno forme di formaggio, e chi più ne ha più ne metta. Per l’amministratore, che fu il più amato d’Italia, tutto questo non deturpa il decoro cittadino e così prosegue il rozzo scempio delle nostre piazze storiche.

Città storica e patrimonio storico-culturale

Verona è  stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Nelle vie e nelle piazze cittadine scorrono le più belle pagine di storia dell’arte, dal periodo classico romano, sino a quello asburgico. Nonostante questa ricchezza culturale, il sindaco Flavio Tosi pare consideri il nostro patrimonio storico e monumentale uno scomodo impiccio alla libertà di pianificare, o meglio, di non pianificare, preferendo affidare agli operatori privati le scelte strategiche sul futuro del territorio veronese. Scelte che obbediscono ad un solo ordine: creare profitto.

In questi ultimi anni si è discusso molto, forse troppo, di coperture dell’Arena, di cimitero verticale, di ruota panoramica, di centri commerciali, di ristoranti e bar in antiche strutture militari e troppo poco di tutela e protezione del nostro patrimonio artistico. Sembra quasi che anche il nostro centro storico debba attirare i turisti non per il proprio valore culturale, ma come una sorta di nuova Gardaland.

Avvalora il mio dubbio sulla carenza di interesse per l’arte e la cultura da parte della Giunta Comunale la mancanza di un assessore alla cultura. Ritengo sia assurdo che la quarta città d’Italia per presenze turistiche, non abbia nella sua Giunta un assessore alla cultura.

L’Amministrazione comunale di Verona ha sposato totalmente la linea di pensiero che  ritiene che le opere d’arte, i monumenti, i reperti archeologici, i contesti storico-urbani e gli ambiti naturalistici-ambientali, debbano essere valorizzati per realizzare, dalla loro fruizione, il massimo reddito e considera i tesori culturali di una città d’arte, come lo è la nostra, occasioni per ospitare i più svarianti eventi, ovviamente se ben paganti. Così le nostre stupende piazze sono state e sono costrette a subire qualunque manifestazione, anche le meno adatte e le più volgari. I vari reperti archeologici che sono posti in luce nelle zone centrali della città, sono considerati impedimenti per il proseguo dei lavori edilizi.

Con tale logica, l’anfiteatro romano deve essere messo nelle condizioni di ospitare il maggior numero di spettatori possibile e poter mettere in scena lo spettacolo con qualunque tipo di tempo,  da qui nasce l’idea della copertura. Mi chiedo se in seguito si ipotizzerà la sua chiusura termica per utilizzarla anche nei mesi più freddi. Poi la stessa sorte toccherà al Teatro Romano? Il parco delle mura sarà trasformato in un parco di divertimenti con punti di ristoro, giostre, sale video e magari comparse in costume di armigeri scaligeri? Tutto questo sarebbe coerente con la concezione che da un monumento si deve ricavare un indotto economico, altrimenti risulta inutile.

La vendita dei palazzi storici

Per fare cassa il sindaco Tosi ha pensato di vendere i “gioielli di famiglia”, molti dei quali la municipalità di Verona li aveva ricevuto  in eredità da vari lasciti per usarli a favore della collettività. Sono stati ceduti alla Fondazione Cariverona lo storico  Palazzo del Capitanio, per 18 milioni di euro, Castel San Pietro, per circa 11 milioni di euro, Palazzo Forti, con l’intero isolato, per 33 milioni di euro e palazzo Pompei. Palazzo Gobetti, di origine quattrocentesca, è stato venduto al prezzo di 6,4 milioni di euro ad una immobiliare, che potrà realizzare appartamenti. L’ex convento francescano di San Domenico, è stato liquidato per circa 12 milioni di euro. Il centralissimo palazzetto del Bar Borsa è stato alienato per 4,8 alla Valpadana Costruzioni.

A tutto questo è necessario aggiungere l’assurda e contradittoria operazione del supermercato davanti alla Fiera. Nel 2009 fu acquisita dalla Polo Finanziario SPA l’area degli ex magazzini ortofrutticoli attraverso la permuta di Palazzo Forti e dell’annesso isolato, valutati circa 33 milioni di euro. Lo scopo era di fornire alla Fiera spazi ed eventuali strutture per facilitarne lo sviluppo. Questo è quanto aveva affermato l’allora assessore alla pianificazione per giustificare l’operazione: «…un’area strategica per la città, torna in possesso del Comune e ci permetterà di garantire il futuro sviluppo della Fiera, uno dei principali volani per l’economia della città…».

Logica che è stata totalmente smentita nel 2015, quando la stessa area è stata venduta all’’Esselunga per 27 milioni e mezzo. Un cattivo affare per il Comune e per i veronesi che perdono uno dei più preziosi edifici del lascito Forti in cambio di un altro supermercato in ZAI. Questo non è che uno dei tanti esempi di come si stata amministrata la città in questi ultimi anni.

La pianificazione o la non pianificazione  del territorio 

Il metodo della giunta Tosi per pianificare il territorio veronese è stato di delegare le scelte agli operatori privati in cambio di opere urbanistiche o di soldi. La devastazione che ne deriverà sarà pagata in termine di salute pubblica, di impatto sociale, di traffico incontrollabile e di grave squilibrio urbanistico. Mi chiedo cosa ne sarà di Verona Sud in seguito alla costruzione di circa 3 milioni di metri cubi di commerciale, terziario, alberghiero, ricettivo e direzionale, oltre a 1 milione di metri cubi di residenziale. E, alla Marangona, su un’area di circa 40 mila metri quadrati, pare che si aggiungano a quelli già previsti, altri 100 mila metri quadrati di spazi commerciali per accogliere l’Ikea.

E cosa ne sarà dell’intero territorio comunale se saranno realizzati 10.900 nuovi alloggi previsti nel PAT oltre ad altri 750 mila metri quadrati di edifici ad uso commerciale, terziario e produttivo? Inoltre, le aree agricole collinari, paesaggisticamente più preziose e ambientalmente più fragili, non sono state salvaguardate e sono previsti 25 mila metri quadrati di residenziale ad Avesa e Quinzano. Tutto questo perché dagli oneri urbanistici derivanti dalle concessioni edilizie si possono incamerare migliaia di euro da utilizzare anche per la spesa comune.

Il rapporto tra la componente  politico – amministrativa e quella degli affaristi, ha rappresentato il meccanismo che ha portato alla stesura del P.A.T. e del P.I. Operando con un tale metodo, le regole, le norme,  gli studi e le proposte oggettive, sono state considerate un ostacolo per le trattative tra i pubblici amministratori e gli affaristi privati. Chi ha interesse a costruire, preme per  continuare a farlo, soffocando il territorio di edifici per la residenza, il direzionale, il terziario e per i centri commerciali.

In questo periodo di lunga e grave crisi economica, nasce spontanea la domanda da dove e da chi  provengano i capitali necessari a realizzare una tale cementificazione del territorio.

La stessa  teoria che l’edilizia favorisca l’economia è forviante, infatti, nel quinquennio 1998/2003, l’attività edilizia è cresciuta del +17,6%, mentre il PIL nazionale, nello stesso periodo, è cresciuto solo del +7,2%.

Eppure gli estensori del recente P.A.T. decennale,  non considerando il saldo demografico negativo e gli oltre 10.000 appartamenti sfitti,  ma calcolando un ipotetico e inverosimile aumento di popolazione di 25.000 abitanti in dieci anni, hanno programmato nuovi insediamenti per circa 4.300.000 mc, (al nuovo volume di 2.843.900 mc vanno sommati i  700.000 mc non ancora edificati del vecchio PRG e un volume di riserva pari a 750.000 mc), di questi, circa 80.000 in zone collinari geologicamente fragili e paesaggisticamente preziose. Nonostante la crisi economica e il numero sempre crescente di negozi e uffici vuoti, sono stati pianificati circa 3.000.000 mc (circa 750.000 mq), di edifici ad uso commerciale, terziario, direzionale e alberghiero.  Va evidenziato che il P.I. ha accolto circa 400 manifestazioni d’interesse dei privati su 600 presentate e potenzialmente consuma, in cinque anni, quasi l’intera volumetria  prevista dal programma decennale del P.A.T. per il settore produttivo (2.460.615 mc). 

Nel comune di Verona, secondo i dati censuari, nel 2000 c’erano circa 7.500 ettari di superficie agricola totale. Nel 2011 si è  ridotta a circa 6.000 ettari e con l’attuale pianificazione calerà ancora.

La superficie agricola trasformabile nel P.I. quinquennale, ammonta a circa  113 ettari, che raffrontata con la previsione decennale del PAT di 168 ettari, da sola rappresenta oltre il  67 % .

Il territorio veronese ha una percentuale di verde urbano inferiore al 5% e una percentuale di zone protette fra le più basse in assoluto. Nonostante tutto questo,  il P.A.T. e il P.I., non prevedono interventi efficaci per la realizzazione di grandi parchi piantumati che possano eliminare, almeno in parte, l’inquinamento atmosferico e aumentare la qualità urbana di Verona.

Per evitare intralci alle esigenze degli operatori privati, il Comune di Verona non ha mai predisposto  i Piani Ambientali previsti per le singole zone protette (S.I.C. e Z.P.S.).

Le scelte che maggiormente appagano gli interessi degli operatori privati sono i centri commerciali, che deturpano il paesaggio e congestionano il traffico delle zone dove sono localizzati.

Lasciare agli operatori privati la possibilità di decidere come utilizzare il territorio significa, non solo realizzare quasi esclusivamente scelte che favoriranno gli interessi degli speculatori e determineranno un prevedibile e pesante indebitamento alle generazioni future, che dovranno risolvere i problemi di mobilità, di sovradimensionamento di capannoni e di edifici non idonei e di conseguente riqualificazione di aree abbandonate e fatiscenti; ma anche imporre un modello che in altri paesi sta mostrando i suoi limiti e si sta esaurendo.

Solo in ZAI, sono previsti circa 430.000 mq di centri commerciali, ai quali, molto probabilmente, si aggiungeranno i 100.000 mq dello store Ikea. La saturazione del territorio e la sovrapposizione dei centri commerciale e del bacino di utenza sono le cause prime della loro crisi all’estero. Nella nostra città le condizioni che hanno determinato quelle cause sono addirittura pianificate. Si è calcolato che per permettere a tutti i centri commerciali previsti a Verona di sopravvivere, servirebbe una popolazione di oltre due milioni di abitanti; Verona con la sua provincia ne ha meno di un milione.

Anche a causa di queste scelte, il nostro centro storico è stato ridotto a luogo per la vita notturna, a spazio commerciale per poche e specifiche merci e a zona dove scorrazzano folle di turisti frettolosi. Ma soprattutto non ha più gli abitanti. Senza abitanti una città è morta, ha perduto il motivo per cui è nata. Se si vuole impedire che si riduca a un luogo morto, atto solo a ospitare turisti e goderecci clienti di bar, è necessario attuare le giuste scelte di politica urbanistica per riportare le coppie giovani in centro, per realizzare un efficiente e non inquinante sistema di mobilità pubblica che serva il centro storico e per ricreare, anche con doverose politiche economiche, il vecchio e tradizionale modello dei negozi di vicinato.

Il traforo delle Torricelle

Ma più grave, perché avrebbero potuto mettere a rischio la salute dei veronesi, è stato il progetto, purtroppo non ancora cestinato del traforo della collina. Il suo carico inquinante di oltre 370 tonnellate/anno di PM10, sarebbe a circa 2 km da piazza Bra, a 500 metri dall’Ospedale Maggiore, limitrofo a istituti scolastici e a zone intensamente abitate con scuole materne e asili nido.

L’idea  era quella  di  costruire  un anello   autostradale   a nord della   città   (traforo delle Torricelle)   lungo 11.600 m,   di cui 2.200 a  doppia  canna, poi proposto dalla Technital a canna singola, in galleria naturale (traforo della collina) e 2.400 in galleria artificiale, con un costo preventivato di  circa 450 milioni  di euro.   Sarebbe realizzato   con la formula del project financing.

La ditta privata Technital, a capo di un gruppo di aziende veronesi, era stata scelta nel 2009 per la progettazione e realizzazione dell’infrastruttura.

I privati avrebbero in gestione l’opera e potrebbero chiedere i pedaggi. Nel caso in cui questi fossero insufficienti al numero preventivato e quindi non rendessero i proventi previsti, il Comune cederebbe agli stessi delle aree compensative all’entrata ed all’uscita del traforo, su cui poter costruire.

Per completare l’anello, il traforo dovrebbe essere collegato con l’arteria denominata Gronda Nord. Quest’ultima, che si allaccerebbe alla tangenziale che proviene da sud, attraverserebbe le ultime aree rurali a ridosso del fiume e limitrofe al Parco dell’Adige, che sono tra le paesaggisticamente più  pregiate del Comune e le devasterebbe.

Ca’ del Bue

Tosi, vinte le elezioni contro il sindaco uscente Zanotto, in accordo con i programmi dell’assessorato all’ambiente della Regione, allora presieduto da Giancarlo Conta,  si impegnò a costruire una nuova sezione di forni di tipo "a griglia" (quelli usati nei comuni inceneritori, come quello di Brescia) in aggiunta e non certo in sostituzione dei vecchi forni a letto fluido, già esistenti ma mai entrati in funzione.

Verso la metà del 2008, smascherato il piano del Comune di Verona e della Regione Veneto, montò la protesta che ha coinvolto i comitati di cittadini e anche i sindaci dei tre Comuni confinanti con l'inceneritore (San Giovanni Lupatoto, San Martino Buon Albergo e Zevio).

Sotto accusa erano la soluzione dei forni a griglia e le emissioni dell'inceneritore,  negative  per la salute di tutti coloro che abitano vicino al complesso.

Operazione non poco azzardata perché prevedeva di  avviare il progetto di un nuovo impianto, procedendo al  raddoppio,  prima di avere definito la questione di quello vecchio.

Ignorando totalmente la salute dei cittadini, la giunta Tosi seguì la logica perversa che più si brucia, più si guadagna.

Anche in questo caso come in molti altri, non ultimo il progetto del traforo della collina, si offrivano ai privati proposte molto remunerative. Nel bando di project financing per la costruzione dei due nuovi forni, approvato nel dicembre 2008, era stata proposta una tecnologia a griglia, capace di trattare 600 tonnellate al giorno (190 mila all’anno) di rifiuti solidi urbani (la parte non differenziata del rifiuto) con una tariffa di conferimento (cioè quello che devono pagare i Comuni per portare i rifiuti all’impianto) di 112 euro per tonnellata. Era ovvio che  il business avrebbe funzionato se giornalmente fossero state bruciate almeno 600 tonnellate di rifiuti, a scapito della raccolta differenziata. Attualmente,  la produzione giornaliera di Verona viaggia sulle 350 tonnellate, insufficienti per alimentare un forno da 600, quindi, per sfruttare la potenzialità dell’impianto, avrebbero dovuto giungere rifiuti da altre province.  Questo per quanto riguarda i nuovi forni a griglia; ma si devono riattivare anche i vecchi forni, in grado di  trattare altre 400 tonnellate al giorno.

Fortunatamente tutto si è bloccato. Il primo stop è stato dato dal governo che ha tolto Ca' del Bue dalla lista degli impianti strategici per bruciare rifiuti; il secondo dalla Regione, che con una mozione di maggioranza (Lega nord e Lista Zaia), impegna la giunta regionale a non attivare più inceneritori oltre ai due già attivi a Padova e Schio.

L’Arsenale

 l’Arsenale, il gioiello di architettura militare asburgica, situato nel centro di Verona, sarebbe la sede ideale per il Museo di Scienze Naturali. Potrebbe ospitare tutte le preziose collezioni, i diversi laboratori di ricerca ed anche spazi didattici e informativi per le scuole e per altri tipi di utenti. Opzioni queste che la sede prevista dall’amministrazione per il museo, Castel San Pietro, non è in grado di rispettare, per la sua scarsa superficie.

Oltre al rischio di smembrare uno dei più importanti musei di scienze naturali d’Europa, la scelta d’uso della giunta Tosi riduce l’ex Arsenale ad un coacervo di attività commerciali di svariato tipo, di uffici e di attività culturali varie, non tenendo in alcun conto le caratteristiche architettoniche e filologiche dell’ex arsenale.

Per raggiungere questi obiettivi il sindaco Tosi intende insistere con il fallimentare, per le casse pubbliche, sistema del project financing, che permette ai privati, l’Italiana Costruzioni SPA, in questo caso, di gestire il 33% dell’intera area ad uso commerciale, per circa cinquant’anni, investendo trentadue milioni di euro. Il Comune investirebbe altri dodici milioni e utilizzerebbe le sue parti inserendo nella corte ovest servizi direzionali, cioè uffici, e attività culturali, non si capisce di che tipo e sotto quale gestione. Mentre nella Corte Est è prevista una Città dei Ragazzi. Ipotesi questa che sarebbe stata più idonea a contatto e in collaborazione con un museo di scienze naturali piuttosto che con una cittadella del gusto, con negozi vari, con un ristorante e con degli uffici. Nella palazzina Comando, sarà realizzato un auditorium per circa 450 posti. Scelta questa che avrebbe un senso logico se fosse collegata alla destinazione museale di parte della struttura, non certamente all’interno di un’area che sarà soprattutto commerciale e direzionale.

Scelte assurde, che interromperanno la possibilità di dare all’intera struttura funzioni collegate e omogenee, ma la renderà l’ennesimo abito di arlecchino, con tante funzioni eterogenee e simili a molte di quelle previste a Verona Sud, anche queste pianificate sulla base degli interessi dei vari operatori privati.

In particolare, i privati interverranno nella Corte Centrale, che sarebbe assurdamente coperta da una grande cupola in vetro e acciaio con all’interno una passerella panoramica sulla città; sotto questa cupola sarà organizzata la cittadella del gusto con anche spazi dedicati ad eventi culturali.

Il furto di Castelvecchio

Nel mese di novembre dello scorso anno, alle ore 20, dal museo di Castelvecchio sono stati rubati  diciassette opere di Pisanello, Caroto, Mantegna,  , Rubens, Tintoretto, Bellini, Benini e Hans de Jode.

Ancora una volta nessuna assunzione di responsabilità e nessuna autocritica da parte del sindaco Tosi, nonostante sia stata accertata  una carenza nella sorveglianza ed una copertura assicurativa riguardante le opere contenute nel Museo di Castelvecchio, in caso di furto,  pari soltanto a un milione di euro; per inciso i quadri rubati a Castelvecchio hanno  un valore stimato di circa quindici milioni di euro. 

Malgrado la grave rapina subita, sembra non sia cambiato molto rispetto a prima del furto.

Sono comunque chiare le responsabilità del sindaco nella scelta della chiacchierata ma più economica Sicuritalia per la sorveglianza delle opere e sul conseguente  mancato introito assicurativo che avrebbe potuto permettere l’acquisto di altre opere.

La liquidazione della Fondazione Arena

La Fondazione Arena, il cui presidente e responsabile del Consiglio di indirizzo  è il sindaco Tosi, ha contratto un deficit di bilancio di 24 milioni di euro.  Ancora una volta il sindaco non si assume alcuna responsabilità e tenta di scaricare sulle maestranze la causa della crisi. Ma chi ha scelto e poi voluto riconfermare  sopraintendente  l’amico Girondini, che si era dimostrato inadeguato ad un ruolo così importante e difficile; chi, se non il sindaco, ha continuamente privilegiato la prova di forza alla trattativa;  chi ha voluto la nuova direttrice Francesca Tartarotti, presentata ai veronesi come una lady di ferro, ma che non ha portato alcun risultato nonostante il lauto stipendio percepito;  ed infine chi ha posto in liquidazione la stessa Fondazione, uno dei più antichi e prestigiosi festival lirici internazionali, che dopo oltre 100 anni di storia rischia di fallire per l’incapacità di questa amministrazione di mantenere in vita le eccellenze cittadine. Ma per il sindaco Flavio Tosi la colpa è sempre degli altri. 

Varie ed eventuali

Di fatto, Flavio Tosi utilizza una vettura di rappresentanza in comodato d'uso gratuito. Tuttavia, le spese di benzina e mantenimento del parco autovetture di rappresentanza del Comune di Verona rimane tra i più alti in Italia, come ha appurato un’inchiesta del settimanale L'Espresso.

“L’amministrazione comunale di Verona spende circa 366 mila euro per i soli consumi delle automobili, più di quanto non spendano le ben più popolose città di Bari, Bologna, Genova e Catania. Ma a Verona spetta anche il primato, dopo Trieste, di avere le auto blu più costose: ogni auto, e sono quattro in tutto, costa in media 12 mila euro l'anno. Al conteggio non prende parte però la vettura del sindaco Tosi che sarebbe stata offerta in comodato d'uso gratuito da una concessionaria locale. In cambio però il Comune si è dovuto sobbarcare i costi di benzina e Telepass: in totale quasi 19 mila euro solo per l'auto del sindaco.”

Nel 2007, poco dopo l’elezione a sindaco di Verona di Flavio Tosi, la moglie dello stesso, Stefania Villanova, fu promossa da impiegata semplice a capo della segreteria dell’assessorato alla sanità della Regione Veneto, passando da uno stipendio di 25.000 euro lordi annui ad uno di 70.000 euro. Tutto regolare secondo la legge regionale approvata dal Consiglio Regionale nel 2003 che contempla la possibilità di incarico dei capi segreteria degli Assessori senza concorso; ma è è strana la coincidenza..

Nel novembre 2010, il sindaco Tosi ha revocato la carica di assessore a Mario Rossi (Udc), accusato dell’affermazione dello stesso Rossi: “il vero sindaco di Verona è Roberto Bolis" , portavoce di Tosi e direttore dell'ufficio stampa del Comune.

Nel 2011, il settimanale "L'Espresso", riportava lo stipendio annuo di Roberto Bolis: 170.000 euro, denunciando che tale compenso fosse maggiore di quello del direttore generale e del segretario generale del Comune di Verona.

Nel 2001, il procuratore capo Guido Papalia rinvia a giudizio Flavio Tosi per aver violato la legge Mancino   ai danni di individui di etnia Rom e Sinti. Nel 2005 viene condannato In primo grado a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione a partecipare ad elezioni politiche ed amministrative. Gli veniva riconosciuta la sospensione condizionale della pena. Il 30 gennaio 2007, al processo d’appello il giudice lo assolve dall'accusa di "istigazione alla discriminazione" perché il fatto non sussiste, ma  confermava la condanna, riducendo però le pene,  per aver organizzato una propaganda di idee fondate sull'odio e sulla superiorità etnica e razziale. Il 13 dicembre 2007 la Cassazione annullava la sentenza d'appello, rinviando Tosi a nuovo giudizio.

Il 20 ottobre 2008 corte d'appello ha confermato la condanna di Tosi a due mesi di reclusione.

L'11 luglio 2009 la Cassazione ha condannato in via definitiva Flavio Tosi a due mesi di reclusione, con sospensione della pena.

Giorgio Massignan
VeronaPolis