di cosa parliamo quando parliamo di Verona Jazz

Se non sai cos’è allora è jazz. Possiamo dire che la battuta di Louis Armstrong (che lui intendeva come orgogliosa rivendicazione di creatività) sia stata ampiamente mandata a memoria dagli organizzatori di Verona Jazz (ma siamo in buona compagnia, l’eclettismo superficiale confuso con l’apertura mentale e stilistica sta facendo danni tremendi da molte parti e quest’anno è stato particolarmente evidente in tutta la penisola). La rassegna musicale veronese che trova la sua ragion d’essere, il suo genius loci al Teatro Romano, culla di esibizioni avventurose nelle più risalenti edizioni, ancora una volta si è confermata una rassicurante passarella raffazzonata con l’intento di riempire le antiche gradinate e le scaligere casse. Benissimo poter ascoltare nomi blasonati o “caldi” appena possibile, ma gnocchianamente ci chiediamo “Cui prodest?”

Verona è città d’arte e storia, offre spunti e scorci di classe ad ogni angolo, i veronesi non sono affatto sprovveduti e saprebbero ben cogliere le occasioni di cultura anche svincolate dallo specchietto per le allodole del nome ad effetto. Perché non aprire le orecchie e gli occhi alla cultura che è ricerca e non maniera?   

Senza scomodare il caso ultra vires di Chris Cornell inserito qualche anno fa a spintoni nel palinsesto della stessa rassegna di Paolo Fresu, possiamo comunque prendere spunto dai virtuosi episodi – cosi a caso- di Vicenza e di Gardone, in cui trovano spazio simultaneamente grandi nomi e realtà “off” pensate per contesti più raccolti ma non per questo meno suggestivi.  

E ancora, forse a Verona mancano musicisti di spessore (discografico)? A tutti noi fa piacere vedere dal vivo Stefano Bollani e i sold out lo testimoniano, ma in periodo di vacche magre saper investire su talenti e risorse anche al di là del cachet fine a se stesso sicuramente gioverebbe agli addetti ai lavori e alla città.

Tu, caro Lettore, potresti obiettare “ma altrove girano più soldi, ci sono in ballo altre cifre, altri nomi...” Ragionevole obiezione certo, ma la domanda che consegue da parte mia è: perché là si può fare e qui a Verona no? In tempi di vacche grasse, tutti sono bravi a spendere (i soldi di chi, non è chiaro… ops!). Quando si arriva ai tempi difficili, chi ha gestito bene, con coerenza il proprio vissuto e ha cercato di proporre cultura anziché economia ha seguito il cammino tracciato, gli altri si sono smarriti, privi di una guida, un appiglio qualsiasi. Se manca la cultura, se non siamo in grado o non vogliamo chiederci che cosa intendiamo per cultura, perdiamo tutti tempo e basta. La cultura è (anche) economia. E l’oblio della cultura ha genitori con nomi e facce ben noti, bipartisan, ed è inutile assegnare responsabilità ad una fazione politica o ad un’altra.

Possiamo dire che per il 2016 i giochi sono fatti e ogni dibattito è da rimandare al prossimo anno, ma una decisione di questo tipo è miope. La cultura non conosce stagioni, impostare un piano per valorizzare un evento come Verona Jazz e la musica in generale a Verona significherebbe creare attività e quindi profitto, al di là di equilibri e giochi fra le parti.

O no?