Appunti di storia: 10 maestre marchigiane le prime elettrici della storia italiana

a cura di Alberto Scanzi

Tra le tante vicende che sono rimaste sepolte nell’oblio per oltre un secolo vi è quella di dieci coraggiose maestre marchigiane (1) che, in virtù di una sentenza emessa il 25 Luglio 1906 dalla Corte di appello di Ancona, divennero di fatto le prime elettrici della storia italiana.

Le dieci maestre iscritte, fra mille polemiche, dai Sindaci nelle liste elettorali dei Comuni di residenza di Senigallia e di Montemarciano, contribuirono così alla conquista del diritto di voto delle donne, raggiunta in Italia solo quarant’anni dopo, nel 1946.   

Va riconosciuto al Prof. Marco Severini, docente di Storia dell’Italia contemporanea presso l’Università di Macerata, il merito di aver individuato e studiato questa vicenda  dell’emancipazione femminile, portandola alla nostra attenzione (2).

Di questo avvenimento infatti non vi è traccia nei libri di storia.

Se si sfoglia un qualsiasi manuale di storia contemporanea, e anche gli studi di Emilio Gentile "L’Italia Giolittiana, 1990" o la biografia di Aldo Alessandro Mola “Giolitti, lo statista della terza Italia,2003”, di questa vicenda non si trova  nessuna notizia.

Il giudice che legò il proprio nome a questa sentenza fu il mantovano Lodovico Mortara (3).

Tale sentenza mostra tutta l’incapacità della borghesia italiana di dare vita, in età liberale, al varo di una moderna legislazione elettorale.

Nei primi anni del Novecento le femministe italiane si stavano organizzando e avevano autorevoli leader come Maria Montessori, Anna Maria Mozzoni e Teresa Labriola, di concerto con le femministe europee e statunitensi, per rivendicare il diritto di voto chiesero l’iscrizione alle liste elettorali.

Le richieste furono firmate da centinaia di donne consapevoli di possedere i requisiti necessari per l’elettorato e cioè: la capacità alfabetica, il pagamento delle imposte e la maggiore età, allora fissata a 21 anni .

Tali richieste furono accolte in prima istanza da undici Commissioni elettorali provinciali (Torino, Brescia, Mantova, Venezia, Imola, Ancona, Firenze, Cagliari, Napoli, Palermo e Caltanisetta) ma vennero però respinte in seconda istanza da dieci delle relative Corti di appello, con eccezione di Ancona.

La Corte di appello di Firenze il 14/08/1906, mise addirittura in guardia dal pericolo che la concessione del voto femminile avrebbe potuto comportare, cioè la nascita di un “governo di donne” uno spettacolo “bizzarro”, inutile e indecoroso(4).  

 La Corte di Appello di Ancona, con il suo Presidente Lodovico Mortara, scelse invece un’interpretazione moderna e lungimirante dell’Art. 24 dello Statuto Albertino che così recitava: "Tutti i regnicoli sono uguali di fronte alla legge".

Nel linguaggio ottocentesco dello Statuto Albertino, varato nel Regno di Sardegna il 4 marzo 1848, i “regnicoli” erano gli abitanti del Regno: ma solo abitanti maschili o anche quelli femminili?

Su questa ambiguità, la società profondamente maschilista e tradizionalista del tempo tendeva ad escludere le donne dal voto politico.

Non esistendo infatti nella legislazione italiana un esplicito divieto al voto politico delle donne (come invece c’era per quello amministrativo) il secolare silenzio della legge in materia fu motivo sufficiente ad escluderle.  

La Corte di appello anconitana superò questa ambiguità riconoscendo alle donne il diritto di voto con questa motivazione: dato che in Italia le donne godevano già di tutti i diritti fondamentali previsti negli artt. 25/32 della Carta costituzionale (e cioè  della libertà individuale,dell’inviolabilità del domicilio,della libertà di stampa,di  riunione ecc.) non dovevano essere escluse da uno di questi, quello appunto di voto.   

La sentenza Mortara scatenò un coro di prese di posizioni contrarie fra gli esponenti più influenti del liberalismo italiano del tempo come ad esempio Gaetano Mosca, Alessandro Stoppato e Vittorio Emanuele Orlando.

Il giudice Mortara, intervistato dal “Giornale d’Italia” (5) spiegò di essere come uomo contrario al voto alle donne poiché non gli apparivano ancora mature per tale esercizio così centrale nella vita politica e civile, ma come magistrato di essersi spogliato da ogni prevenzione personale e di aver riconosciuto il ritardo della legislazione italiana ed europea sul tema del voto alle donne, in assenza anche di un esplicito divieto nella legge statutaria italiana. 

In quegli anni la questione del voto femminile era molto viva e numerose proposte e petizioni emancipazioniste furono presentate alla Camera e bocciate dopo lunghe discussioni. I primi deputati che si batterono per il voto femminile furono il pugliese Salvatore Morelli e il lucano Roberto Mirabelli ,autore quest’ultimo di una proposta di legge  firmata da 40 parlamentari, discussa fra il 1904 e il 1905 ma infine bocciata.

Il 25/02/1907, veniva discussa alla Camera una petizione per il voto alle donne,scritta da Anna Maria Mozzoni, con grande partecipazione di donne che affollarono le tribune parlamentari.

Contro “la sentenza Mortara” i procuratori del Re iniziarono una testarda battaglia giuridica proprio mentre iniziava il cosiddetto “lungo ministero” (6) di Giovanni Giolitti, che del voto femminile non voleva neanche sentirne parlare (7).   

Così sul piano giuridico, prima la Corte di Cassazione (4 Dicembre 1906) e poi la Corte di appello di Roma (8 Maggio 1907) annullarono “la sentenza Mortara”, recuperando i vecchi pregiudizi legislativi in materia di voto e disponendo la cancellazione dalle liste politiche delle dieci maestre marchigiane.  

Questa vicenda delle maestre marchigiane (8) che seppur per soli dieci mesi (dal 25/07/1906 all’08/05/1907) furono le prime dieci elettrici virtuali è una effettiva pagina di storia italiana che và conosciuta e ricordata non solo perché suscitò l’interesse del diritto, della stampa e dell’opinione pubblica ma anche perché fu di fatto il primo passo verso la conquista del riconoscimento del diritto di voto alle donne. 

        

NOTE

1) I nomi delle dieci maestre marchigiane sono: Carola Bacchi, Palmira Bagaioli, Giulia Berna, Adele Capobianchi, Giuseppina Grazioli, Iginia Matteucci, Emilia Simoncini, Enrica Tesei, Dina Tosoni, residenti a Senigallia( Pesaro) Luigia Mandolini Matteucci, residente a Montemarciano (Ancona). 

2) Marco Severini “Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane” Editore Liberilibri, Macerata, 2012.

3) Lodovico Mortara (Mantova 1855, Roma 1937) di famiglia ebrea e di forti convincimenti egualitari, insigne giurista, padre della procedura civile italiana. Ministro di Grazia e Giustizia nel 1919 e poi  Primo Presidente della Corte di Cassazione.

4) Marco Severini, “Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane” Ibidem cit. p. 21.

5) Intervista esclusiva effettuata da Edgardo De Francesco per il “Giornale d’Italia”.

6) Terzo Governo Giolitti, il cosiddetto “lungo ministero” che durò tre anni e mezzo, dal maggio 1906 al Dicembre 1909.

7) Giovanni Giolitti (Mondovì 1842,Cavour 1928) si disse fortemente contrario al voto femminile (Camera dei deputati ,seduta del 25/02/1907) anche se nel suo Secondo Governo (1903-1905) approvò le leggi di tutela sul lavoro femminile e infantile (12 ore e 12 anni). In tale occasione i deputati socialisti votarono per la prima volta con un “governo borghese” .

8) Nel libro di Marco Severini sopra citato, possiamo trovare: i profili biografici delle dieci maestre marchigiane; un capitolo sulla storia dell’emancipazionismo femminile italiano; alcune considerazioni sulla situazione politico e civile delle Marche nell’anno 1906.

Conversazione tenuta a Bergamo l’08/03/2017 al Circolo ARCI” Sputnik” di Grumello al Piano nell’ambito delle iniziative programmate per la Giornata Internazionale della donna. A cura di Alberto Scanzi- Laboratorio di Storia dell’Associazione Circolo Gramsci Bergamo.