Afterhours, Verona, Teatro Filarmonico 23 Febbraio: Live Report

Manuel Agnelli

Sorprendente il concerto degli Afterhours al Filarmonico, lunedì 23 febbraio, organizzato da “Eventi!” nell’ambito della rassegna “Tendenze”. Sorprendente soprattutto per chi si aspettava un concerto più intimista, come quello al Teatro Salieri di Legnago di qualche anno fa, e meno rock. E invece la performance di Manuel Agnelli e compagni gronda proprio rock, dall’inizio alla fine, pur con qualche differenza rispetto al concerto super energico del Malkovich dell’aprile 2013. Non potrebbe essere altrimenti, perché la location, senz’altro prestigiosa è ovviamente solenne e potrebbe imporre quell’inconscio rispetto per i luoghi sacri carichi di storia. E il rispetto non manca, anzi...viene manifestato proprio non tradendo la propria indole, il proprio DNA, portando tutto a una dimensione che più afterhoursiana non si potrebbe.

L’inizio è quasi, cupo, volutamente shockante. Mentre i membri della band si vanno posizionando sul palco (Roberto Dell’Era al basso, Rodrigo D’Eramo al violino, Xabier Iriondo alle chitarre e i due nuovi elementi Stefano Pilia alla chitarre al posto di Giorgio Ciccarelli e Fabio Rondanini alla batteria in sostituzione di Giorgio Prette), il leader della band Agnelli entra dalla platea, sorprendendo il pubblico alle sue spalle e ricercandone subito un primo contatto quasi fisico. Un contatto di cui la band ha bisogno e di cui è alla ricerca...il teatro Filarmonico di Verona (come probabilmente tutti i teatri che stanno facendo da scenario al Tour “Io so chi sono”) si presta a questo tipo di rapporto caldo e diretto.

La prima parte è quella più difficile all’ascolto. Si parte proprio con il brano che dà il titolo al tour e poi si prosegue per oltre un’ora con “Spreca una vita”, Costruire per distruggere”, “Metamorfosi”, “Terra di nessuno”, “La terra promessa si scioglie di colpo”, “Padania”, che ha dato il titolo all’album del 2012 nato sull’onda lunga della partecipazione di Agnelli e Soci al Festival di San Remo nel 2009, quando si presentarono con “Il Paese è reale” e che in qualche modo ha condizionato – nelle intenzioni di voler dare un contributo effettivo al risveglio dell’Italia, un paese anche da loro amato per i suoi picchi di eccellenza ma allo stesso tempo considerato giustamente in inesorabile decadenza – quasi tutta la produzione successiva. Fra un brano sociale e l’altro, però, non mancano importanti passaggi nella produzione più bella degli Afterhours, come i brani “Ballata per la mia piccola iena”, “La sottile linea bianca” e “Sangue di Giuda”, veri e propri cavalli di battaglia, oltre che alla bellissima “Place to be” di Nick Drake cantata con il solo accompagnamento della chitarra da Agnelli, in una forma vocale strepitosa.

Usciti dal palco, i musicisti tornano dopo dieci minuti buoni a suonare, ma direttamente in platea, con strumenti acustici. Un momento meraviglioso, in cui la band torna a ricercare quel contatto fisico di cui si parlava e che grazie a questo momento raggiunge il suo apice. Il pubblico veronese, munito di fotocamere riprende questa performance acustica a dir poco magica e risponde calorosamente cantando "Non è per sempre" a squarciagola e lasciando così riposare la voce di Agnelli. Che poi, con i suoi fidati scudieri, torna sul palco e ricomincia una seconda sezione estremamente più coinvolgente della prima, pestando con le chitarre e la batteria e regalando quella completezza che solo il live può dare nel rapporto artista-pubblico, che in questo caso raggiunge davvero l’apice. La scaletta prosegue con “Lilac Wine” (omaggio di Agnelli a Nina Simone, con splendido intro al pianoforte), “Bianca”, “Il mio ruolo”, “Riprendere Berlino”, solo per citare alcuni brani, fino alle ultime uscite, sedotti dal pubblico che continua ad invocarli, con “Inside Marylin” e il brano finale...quella meravigliosa “Quello che non c’è” che chiude idealmente il percorso narrativo proposto dagli Afterhours, che non si sono limitati a cantare e suonare, ma hanno proposto anche alcune letture di brani – da Allen Ginsberg a Gramsci– che hanno permesso di entrare ancora più in profondità nel mood creato e fortemente voluto nella serata scaligera, una serata che i fan della band accorsi al Filarmonico non dimenticheranno di certo.

Ernesto Kieffer