Neil Young + Promise of the Real, Piazzola Sul Brenta Postepay Sound @Live Report

Neil Young

Neil Young + Promise of the Real, Piazzola Sul Brenta Postepay Sound, 13 luglio 2016

Questo 2016 è un anno difficile per il rock, lo ricorderemo per i lutti dolorosi e improvvisi (inaugura proprio in questi giorni a Bologna la splendida mostra dedicata a David Bowie). Ora più che mai si sente l’esigenza di stringere in un caloroso abbraccio i grandi vecchi del rock. A Piazzola sul Brenta ieri sera Neil Young ha infiammato per l’ennesima volta il palco del Postepay Sound Festival e i cuori dei presenti.

In testa il cappello nero delle mille battaglie a colpi di chitarra elettrica sui palchi di tutto il mondo, sul suo volto le rughe delle settanta candeline, che non impediranno al rocker canadese di suonare oltre tre ore questa sera. Inizia da solo con un mini set acustico, dapprima quasi sottovoce, poi più con timbro più deciso, scambiando organo a pompa, pianoforte, chitarra acustica e armonica. Le canzoni scelte in apertura sono pietre miliari della sua produzione: After the Gold Rush, Heart Of Gold, The Needle and the damage done, Comes a TimeMother Earth, un greatest hits che accontenta subito la platea che lo acclama con calore crescente .

Arrivano i Promise of The Real, la band dei figli di Willie Nelson che Young ha scelto per accompagnare il nuovo album The Monsanto Years  e questo tour. Prima di loro il siparietto di personaggi  in tuta  antiradiazioni a sparare C02 sul palco, simbolo della attuale battaglia del canadese per la salvaguardia del pianeta. I musicisti dovrebbero supportare il set acustico (in scaletta ci sono altri pezzi da 90 come Helpless, Hold back the Tears) e ci si aspetterebbe una ventata di energia giovanile a supporto del vecchio leone. Invece la resa è parecchio fiacca, il batterista con in testa  un cappellino di paglia assai poco rock’n’roll è il fulcro di una sezione ritmica inconsistente.  Il tragicomico arriva con l’omaggio di Lukas Nelson all’italica penisola  con una versione al pianoforte di Nel Blu Dipinto Di Blu, che fa tanto pianobar da pizzeria sul lungomare.  Ha però l’effetto benefico di svegliare Neil Young, che attacca Alabama con la grinta che conosciamo e che ha segnato generazioni di musicisti. Il set elettrico è un crescendo di emozioni e il nostro acquista spessore di canzone in canzone. Winterlong è una delle gemme preziose delle scelte di stasera, Powderfinger, la prima e devastante esplosione di potenza chitarristica, ma la vera ovazione arriva su Like a Hurricane, capolavoro di American Stars’n’Bars, amatissima dalla platea, che Neil esegue con precisione e passione, dilatando senza eccessi stilistici.

In chiusura di Main Set c’è spazio per tre brani da Monsanto Years, che consentono al pubblico di abbassare un po’ la tensione prima dell’arrivo di Rockin’in the free world , l’inno di Neil Young per eccellenza.  Ritrovarsi a saltare e a cantare a squarciagola di “mantenere viva la speranza di fare rock in un mondo libero” è piacevolmente inevitabile. Una canzone mantra per il popolo dell’artista canadese, una delle più inclusive e liberatorie, che da sempre anche i Pearl Jam propongono in chiusura dei loro show (Neil Young è il “padre musicale” per eccellenza di Ed Vedder).

I due bis arrivano dopo una brevissima pausa, Like an Inca e la splendida Here we are in the years, che rende evidente tutta la classe e la maestria di uno dei più grandi cantautori rock di tutti i tempi.

Sono state superate le tre ore di performance, con un crescendo emotivo notevole e con il carisma di Neil Young che troneggia sul palco, oscurando del tutto la presenza dei giovani musicisti, che in quanto a personalità hanno ancora parecchio da sudare per meritare il ruolo di backing band di NY. Un concerto coraggioso, ricco della simbologia cara ai fans della prima ora, impreziosito da una scaletta stellare con brani che Neil non eseguiva da tanti anni. Il vecchio leone ha dato ancora la sua zampata e il ruggito di stasera ci riempie di orgoglio.

Elena Castagnoli